Lisbona, 31 gennaio

Io, c’ho ‘sto vizio di mettermi lo zaino in spalla e via, che a pensarci, certo, ci son vizi ben peggiori, ma anche questo non è mica da poco, ché se poi incontro qualcuno come me, pensavo, è un gran bel casino: metti che gli zaini diventano due, chi ci ferma più?

Ora che quel casino se ne sta seduto di fianco a me su questo aereo, ripenso ai primi passi mossi insieme, ormai più di un anno fa. I miei erano leggeri, ma a tratti, lo ammetto, son stati anche di piombo, ché allora, mica lo conoscevo questo casino qui.

Ad essere sincera non lo conosco del tutto neanche adesso. Ma per certe cose si dice non basti una vita intera, quindi non ha senso star qui a preoccuparsi, ché non lo so mica se mai ce l’avremo tutto quel tempo, io e lui.

La cosa comunque non m’interessa, ché anche se adesso siamo in due, io non son certo cambiata e invece di perder tempo a pensare, be’, preferisco senz’altro godermelo, il tempo, soprattutto oggi che sono a Lisbona.

Ero qui anche un anno fa, da sola. Il ricordo di quei giorni mi scalda il cuore quasi quanto l’esser di nuovo qui, stavolta in compagnia di questo bel casino. Uno di quelli belli davvero, in cui buttarsi a capofitto per non uscirne più, ché anche a lui piace vagare senza meta per le vie di questa città, starsene in silenzio in riva al Tago, riempirsi gli occhi e pure la stomaco, ché è finalmente arrivata l’ora di pranzo e dico io, non ce lo facciamo pulvo e bacalhau?

Per smaltire, poi, saliamo fino al Chiado, che è un bel po’ all’insù, ma noi andiamo convinti, a capo basso, ché se ci scoraggiamo oggi che siam solo all’inizio, dico io, dove diavolo pensiamo di andare?
E chissene se a una certa inizia a piovere, i piedi si fan zuppi d’acqua e i capelli arruffati, ci chiudiamo al caldo in un pub nel Barrio Alto, e con due belle birre, be’, ecco che passa la paura.

il Venerdì _ 07

Questa settimana è volata via senza che me ne accorgessi e l’ha fatto in appena tre giorni. Già, perché due li ho passati a casa, sotto le coperte, ché non stavo per niente bene. Raffreddore, mal di gola, febbre. Quest’anno, oh, non ne cavo le gambe. Ed io son qui che penso, vuoi vedere che zitto zitto, questo 2019 s’è messo in testa di farmelo capire che è giunto il momento di tornare un po’ a pensarci, alle gambe, ché fino a qualche mese fa macinavo passi a non finire, mentre adesso l’unica cosa che riesco a macinare sono pensieri, talvolta parole.

Intendiamoci, se dipendesse da me starei fuori a camminare tutto il giorno, senza niente e nessuno a ricordarmi di doverlo fare, ma nella vita, dico io, bisognerà pur guadagnarsi da vivere, no?

Bisognerà… certo, ma ho come l’impressione che debba un attimo fermarmi. Non tanto per star ferma, quanto piuttosto per riprendere a camminare. Intendo a faro sul serio, zaino in spalla e via.

A farmelo pensare son diverse cose, una tra tutte la mia auto, che ieri, proprio nel giorno in cui rientravo a lavoro dalla malattia, s’è fatta trovare con una gomma a terra. Dico io, più segnale di così.

E lì mi è venuto in mente il signor Luigi, che una volta m’ha detto: Coraggio! Nella vita ci vuole coraggio. E se non lo si ha, be’, ci si procura un paio di pinze e si piglia. Ché sennò, bella mia, l’è un casino.

Luigi ha una settantina d’anni e una risposta per tutto. Vino caldo e miele, m’ha detto lunedì mentre per l’ennesima volta mi son soffiata il naso davanti a lui.
Avrei dovuto dargli ascolto, invece non l’ho fatto, e così me ne sono stata a letto due giorni. Chissà, magari se l’avessi ascoltato… E chissà se di risposte ne avrebbe avute anche per la mia gomma?
Be’, per fortuna, una risposta per quella me la son data da sola, ché quando Elio è nei paraggi, inutile dirlo, son sempre in una botte di ferro.

Il messaggio comunque è arrivato forte e chiaro: le gambe sono importanti.

La pensa così anche una coppia di pazienti un po’ in là con l’età che in questi giorni ha fatto visita allo studio.
– Una sera a settimana andiamo a ballare – ci hanno detto.
Azz, abbiam pensato io e la Clau, ché a pensarci, oh, son più attivi loro a settant’anni che noi a trenta.
– E che cosa ballate?
– Tango
– Tango? Wow, bello! – si è sorpresa la Clau – Così vi mantenete in forma, eh.
– In forma?! – ha detto la signora – per tenersi in forma, cara mia, la soluzione è una soltanto: chiudere la bocca.

E lì, silenzio. Un ‘si’ con la testa e via, mentre intanto, senza farmene accorgere, chiudevo la porta dell’amministrazione, ché non si avesse a vedere che di là pullulava di brioche come non mai. Del resto, si sa, il carboidrato tira su, e chissà se oltre che con l’umore non riesca a far lo stesso anche con i bilanci.

Be’, tornando a me, se voglio rimettermi in forze e tornare a camminare, da qualche parte dovrò pur partire. Brufen, tè caldo, riposo, vitamine del gruppo B… Le sto provando davvero tutte, ché in questa vita, penso, sono pochi quelli che non si meritano un’occasione e così, come ho detto oggi alla Mau, non vedo perché non darne una anche alla crema di pistacchio.

il Venerdì _ 06

E così, alla fine la voce è tornata. Tre giorni di assenza sono stati sufficienti ad impartire la lezione. Immagino pensasse questo, quando a forza di Brufen e tè caldo, un po’ alla volta è tornata a farsi sentire.

Adesso che siamo di nuovo insieme, lo ammetto, la sua mancanza un po’ mi manca. Se ci penso, infatti, non era poi così male avere una scusa per starmene zitta, evitando così di dover parlare a vanvera.

Già, perché a forza d’avere a che fare con gli altri, a volte si finisce per buttar lì parole a caso, quando invece le parole andrebbero usate con cura, attenzione. Ché non sembra ma son cose importanti, le parole.

Avrei dovuto dirglielo ieri al signor Maurizio, che ogni volta che viene in studio attacca a parlare quasi come se ci conoscessimo da una vita, io e lui. Cammina su e giù davanti al banco della segreteria, a suon di battute, domande…

Ieri, ad esempio, ce l’aveva con la mia tosse.
– È il fumo, ha detto.
– No guardi, veramente io, mai fumato.
– Allora l’è quello degli altri.
Ehm… no, a dire il vero non è manco quello, ma vaglielo a spiegare al signor Maurizio, che sebbene pensi di conoscermi, in realtà non mi conosce affatto. Così annuisco e lo faccio in silenzio, ché ho da risparmiare fiato e parole, appunto.

Preferisco conservarle per altri, infatti. Per Giancarlo, ad esempio, col quale starei a parlare per ore, dei nostri viaggi, del teatro… a fantasticare, a far scorta d’ossigeno.

Ma ahimè, in un lavoro come il mio non si può scegliere con chi avere a che fare. L’umanità è talmente variegata e credetemi se vi dico che qua dentro non ce ne facciamo mancare neanche una briciola. Così, può capitare di avere a che fare con la paziente che chiama per un’emergenza. Le dici di venire alle 11 perché prima il dottore non ha assolutamente modo di visitarla, ma lei fa finta di niente. Bene, risponde, allora alle 9.30 sono lì. Tanto, mica disturbo, mi metto buona in sala d’attesa… che io mi mordo le labbra per riuscire a star zitta, mentre penso che in fondo, si, meglio stare zitta, tanto con una così cosa diavolo parlo a fare?

Capita poi l’adolescente svogliato, che lo prenderesti a schiaffi una volta si e l’altra pure, ché quando entra in studio non alza manco la testa per salutare, intento com’è a spippolare col suo smartphone. È un attimo e penso, però, carini i giovani di oggi… e intanto mi sale un brivido lungo la schiena. Ad acquietarmi è l’arrivo del babbo, mai visto prima, ma per il quale provo istintivamente una certa solidarietà. Non dev’essere mica facile aver a che fare con quel soggettino lì. Poi però quell’uomo apre bocca: Senti, dice, oggi e’un posso pagare, ‘unn’ho preso manco i’portafoglio.

Buonasera, scusate, grazie… parole sconosciute, non pervenute.

E lì, torno sui miei passi e d’un tratto mi sento vicina a quel ragazzo e a tutti i giovani come lui, cresciuti da genitori che a stento mettono insieme una manciata di parole e quando lo fanno, chissà perché, dimenticano di usare quelle giuste.

Mi balza in testa la Mau, che di figli ne ha tre e ogni giorno si da un gran da fare, anche per insegnare loro le parole giuste. In questi undici anni di lavoro assieme, di cose ne ha insegnate parecchie anche me, ma ce n’è una che supera di gran lunga le altre ed è che il lupo, cari miei, e’un caha mai agnelli.

Oggi, un anno fa

16 gennaio 2018

Prendere la vita un po’ a caso è un concetto che mi piace. Così due mesi fa ho comprato un biglietto aereo. A caso, appunto, dicendomi che al viaggio avrei pensato poi. Poi, quel poi è arrivato, più veloce di quanto immaginassi, e guarda un po’, è esattamente oggi. Allora metto lo zaino in spalla e via, verso l’infinito e oltre.

Non so esattamente dove si trovi questo infinito, ma di sicuro per raggiungerlo si passa da Bologna. Così arrivo all’aeroporto e appena entro mi coglie un senso di smarrimento tale, che trovo conforto solo nello zaino che mi pesa sulle spalle. Del resto ne abbiamo viste più io e lui, che tante coppie d’innamorati. Il cammino portoghese verso Santiago, la Liguria a piedi, per non parlare di quando insieme ci siamo spinti fino in Islanda. È stato un bel girare, il nostro, anche se dall’ultima volta che ho preso un aereo sono passati quasi due anni. Così oggi mi sento arrugginita e un tantino vecchia, ma forse questo non dovrei dirlo, in fondo è solo da un anno che sono entrata nei trenta. Allora chissà, sarà che per la prima volta ho l’imbarco prioritario?

Prima d’imbarcarmi, però, passo dal gate, che va bene l’esser ‘vecchi’ e arrugginiti, ma i passi da compiere per salire sull’aereo sono rimasti gli stessi di qualche anno fa. L’aria è quella tesa di sempre, ma è una tensione composta, che non vuol dare troppo nell’occhio, ad eccezione di chi, prima di dire addio alla sua bottiglietta, tracanna acqua manco fosse il giorno del castigo.

Finito il serpentone, arrivo davanti a una macchinetta automatica che mi chiede di mostrarle la carta d’imbarco. Mi sembra di ricordare che ci fossero uomini e donne l’ultima volta, mani e sguardi veri, ma a quanto pare agli umani non fanno fare più neppure questo. Ho un moto di sdegno, ché per carità, ben venga la tecnologia, ma mi chiedo dove siano andate a finire tutte quelle persone. Avranno ancora un lavoro? Uno stipendio? Al primo contatto con gli umani che popolano questo luogo, però, mi dico che forse si, a volte è davvero meglio affidarsi alla tecnologia. Sono infatti davanti a questa macchina parlante, non so cosa diavolo fare, quando un’addetta ai lavori grida qualcosa da lontano. Parla con tre o quattro persone insieme e io non capisco che tra le parole che sta pronunciando ce ne sono alcune anche per me. Allora si avvicina e stizzita mi chiede: “Ma lei parla italiano?!”.

Dev’essere uscita dal liceo si e no tre giorni fa. Lunga coda di cavallo sopra la testa e un’altezza tale da arrivarmi all’ascella. “Si”, rispondo. Te? Ma questo non glielo dico. Non le dico neppure che anche se mi guarda in quel modo, forse tra le due la cretina non sono io. Lo penso, certo, ma non glielo dico, ché se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è esattamente farmi gli affari miei e poi, be’, mi appresto a vivere giorni di sano egoismo, tanto vale che le cose inizi a tenerle tutte per me sin da adesso.

Superato l’impasse, salgo a bordo e tempo zero mi si siede accanto un indiano, che per carità, mica per niente, ma ti pare il caso di mangiare la zuppa di cipolle prima di un volo? Chissà, magari ha pensato di godersi l’ultimo pasto, metti che qualcosa va storto… Mica come me, che ho soltanto un misero pacchetto di crackers. Li butto giù uno ad uno quasi di nascosto, non s’abbia a vedere che ho lo stomaco debole di una vecchia. Ma il mio sforzo è vano perché un attimo dopo, sarà l’entusiasmo del viaggio, sarà l’alta quota che da alla testa, le due signore in là con l’età alle mie spalle decidono che è proprio giunto il momento di una bella botta di vita e si lanciano nell’acquisto di un nuovo profumo. Pensa te che fortuna, eh!

Così, tra una fragranza e l’altra, nell’entusiasmo generale che si scatena alle mie spalle, mi sale una nausea che metà sarebbe bastata. Trattengo il fiato, leggo, cerco di dormire. Le provo davvero tutte, ma è un’agonia. Be’, per fortuna il volo è breve e ben presto tocchiamo terra.
Un sobbalzo e ci siamo.

E adesso?
Adesso siamo soli, io e il mio zaino. Che poi soli è una parola grossa, manco fossimo nel niente dall’altra parte del mondo. Non sono mica il Cero, che l’estate scorsa se n’è andato da solo in Sud Africa o l’Eli, che ha mollato tutto ed è andata a vivere a New York. Io in confronto sono una dilettante e pure a tempo determinato, perché amo partire, certo, perdermi in luoghi mai visti e confondermi tra gente sconosciuta, da scoprire o semplicemente sfiorare per qualche istante, ma col mio lavoro di segretaria, i giorni liberi a disposizione son quelli che sono, così tocca sempre tornare, e anche alla svelta.

C’è chi mi dice che non sono abbastanza ambiziosa, che potrei fare anch’io come i miei amici, un biglietto di sola andata per una nuova vita. Be’, forse chi lo dice ha ragione, ma intanto domani mi sveglio a Lisbona.
Mica poco.

il Venerdì _ 05

Io, non so bene come andrà, ma questo 2019 non è che all’inizio e già lo amo. Un colpo di fulmine, il nostro, che chissà, magari si rivelerà presto un fuoco di paglia, ma per ora son qui che me la godo.
L’anno infatti è iniziato nel modo giusto, andando al sodo, ché questo è un anno che non le manda mica a dire. Agisce, ecco cosa, e mentre lo fa, elargisce insegnamenti.

Questa settimana ho ricevuto il primo. O forse dovrei dire ‘ne ho fatto le spese’?
Già, perché per ricordarmi quanto sia importante ascoltare, da un giorno all’altro m’ha fatto andar via la voce. Lunedì sera parlavo, mentre la mattina dopo… Niente. Nada. Nisba. Voce non pervenuta.

Detto così, potrebbe sembrare una robina da niente, ma provate voi a stare nove ore al pubblico con la voce che pare quella d’un gatto stretto all’uscio, con i pazienti che schizzano da una parte all’altra dello studio e il telefono che squilla a diritto. Io, poi, che a lavoro non starei ferma un attimo. Figuriamoci zitta…

Il momento peggiore ha coinciso con la metà della settimana. Mercoledì, infatti, son capitati in studio tutti quelli che non dovevano capitare. Gino, ad esempio, settant’anni e passa sordo come una campana, che dico io, ma la capsula si doveva decementare proprio questa settimana?
Be’, a quanto pare si, e allora via.

Gino per oggi sono 35 euro.
Quanto?
35.
135???
Sgrana gli occhi.
No, 35…
Non capisco, dice sempre più confuso.
Ehhh, grazie al ca… no, questo non glielo dico, però lo penso, si, mentre ormai son lì che gli rido in faccia, ché io tutto questo disagio era da un bel po’ che non me lo sentivo addosso.

Di disagio, però, ne ho visto tanto anche negli altri. Ché non sembra, ma a star zitti il mondo pare amplificarsi. Si sentono un sacco di cose in più: belle, brutte e disagevoli, appunto.
Come quella paziente che ha l’abitudine di bucare gli appuntamenti e pagare le cure dopo i fochi, ma l’altro giorno se n’è venuta fuori con un ‘Come mai tutto questo ritardo oggi?‘, che dico io… dico ioooo……. anzi no, guarda, non dico, ché oggi non ho voce. E menomale.

Ma il mondo, si sa, per restare in equilibrio si nutre di contrasti. E per una persona così, ce n’è un’altra che sebbene sia la prima volta che mi vede, dice: Tranquilla tranquilla, tanto parlo io.

Ed è un tale sollievo che nel mondo ci sia anche questo. Intendo persone gentili, che ti sollevano dai pensieri, dalla laringite, e lo fanno con ciò che hanno. Chi una parola, chi una risata e chi invece, si fruga in tasca e tira fuori tre caramelle: Tieni bellina, tieni, che ieri ‘un t’ho mica visto tanto bene.

Che dire?
Bene non mi ci vedevo neanch’io, ma quella signora la ringrazio, ché se oggi finalmente riesco a mettere insieme due parole, be’, il merito va un po’ anche a lei.

il Venerdì _ 04

Quella che si è appena conclusa è stata una settimana strana, iniziata l’altro ieri e già finita.
Già, perché il nuovo anno, a Risana, ha preso il via con una settimana di soli tre giorni, il che, detto tra noi, come inizio non è stato affatto male.

Nonostante questo, i pazienti in studio non sono certo mancati. Il telefono ha squillato, il campanello ha suonato… ma il tutto è avvenuto in un modo diverso dal solito. Un modo strano, oserei dire soft, se penso alle corse frenetiche di una settimana fa.

Chissà, magari le mie preghiere sono finalmente state ascoltate o forse il merito è delle grandi abbuffate, che tengono tutti ancora in un irreale torpore nonostante le feste siano quasi finite.

Be’, quel che è certo è che l’avvio del nuovo anno ha coinciso con la quiete dopo la tempesta. E se la settimana prossima tornerà il delirio, poco importa. Intanto ci siam goduti questa, eh.

Dico ‘goduti’ non a caso, perché quando si è abituati a correre, lavorare così sembra quasi d’essere in vacanza. Niente noci di cocco o mare cristallino, certo, ma l’aria che si respira è senza dubbio più svagata del solito; tanto che a forza di respirarla, quell’aria lì, va a finire che svagati lo diventiamo un po’ anche noi.

Io mi metto tra i primi della fila, ché di solito son bella precisa, ma in giorni come questi, oh, finisco sempre per perdermi. Non del tutto, sia chiaro, ma a pezzi. Lascio per strada parti di parole, butto lì lettere a caso. Vocali soprattutto, le preferisco. I numeri invece no, quelli restano al loro posto, e menomale, dico io, col lavoro che faccio…

Da un po’ di tempo comunque mi sono messa l’anima in pace: in fondo il mondo è bello perché è vario e a questo mondo, be’, ci sono anch’io, che quando mi rilasso perdo pezzi.

In compenso c’è chi funziona al contrario e quando è svagato, di pezzi prende anche quelli degli altri.
Mi viene in mente la paziente di ieri, che è tornata in studio scusandosi per aver messo in borsa, al posto dei suoi occhiali da vista, un paio di occhiali usati dai dentisti per alcuni interventi. È entrata tutta mortificata. Non ridere, ha detto, ma l’altro giorno ero con la testa chissà dove e senza volere ho portato via questi, e li ha tirati fuori dalla borsa.
Ah, però.. ho pensato. E io che mi preoccupavo per qualche lettera persa per strada!

La signora comunque non è certo la sola. In questi giorni ho visto pazienti tenersi penne, riviste della sala d’attesa… e poi, be’, ho visto la Mau, che stamani, oltre ai suoi fogli, che già sono così tanti da riempirle la scrivania, voleva tenersi anche quelli per il corriere.

Un piglia piglia generale, insomma, che se non la facevamo finita, con tutti ‘sti pezzi sparsi qua e là, mi sa che finiva male.

Del resto si sa, ogni cosa va presa a piccole dosi. A quanto pare anche lo svago.
Be’, per fortuna la settimana è stata corta e noi siamo gia fuori.

A pensarci adesso, però, che il sole finalmente mi scalda e Lou Reed canta Wagon Wheel mentre l’auto scivola via leggera, penso, bene esser precisi, eh, ma com’è bello, di tanto in tanto, lasciarsi andare e perdersi un po’… Ché per esser precisi abbiamo un intero anno, mentre questo, be’, non è che all’inizio.