il Venerdì _ 21

Ci son settimane in cui, più che d’essere a lavoro, ho come l’impressione d’esser finita in uno scherzo. Ché te ne capita una dietro l’altra, senza alcun modo di riprender fiato, e tra le decine di voci che ti frullano in testa ce n’è una, lontana ma insistente, che fa da sottofondo alle altre. Tutto questo non può essere vero, ripete, dev’essere di sicuro uno scherzo.

Ecco, la settimana appena conclusa è stata esattamente questo: uno scherzo. Uno di quegli scherzi che però a me non piaccion mica poi tanto, ché mentre tutto va in scena, tu sei lì a domandarti se chi l’ha organizzato, quello scherzo lì, avesse davvero intenzione di farti ridere o cosa.

A tratti, infatti, in questi giorni più che le risa ho dovuto trattenere il pianto. Ché tra lunedì e martedì mi son beccata di quelle risposte, che se solo ci ripenso, son convinta che sarei uscita più intera da un giro di schiaffi.

Be’, che negli ultimi tempi a farla da padrona fossero le voci grosse, quelle che si apron la via a forza di polemiche e prepotenze, l’avevo capito. Speravo soltanto che se ne stessero fuori, a distanza di sicurezza. Invece son giunte fin qua; e vuoi per evitare discussioni, vuoi per quell’assurda storia che il paziente ha sempre ragione e che lo devi coccolare anche se ha la pelle dura e graffiante d’un coccodrillo, capita a volte che simili voci riescano ad avere la meglio anche da noi.

Per fortuna però c’è chi non si arrende ed ostacola il dilagare di questo imbrutimento collettivo con un’arma ai più sconosciuta, ma senza dubbio infallibile: la gentilezza.
È il caso della signora Maria Luisa, che l’altro giorno, al telefono, dopo essere state un po’ di tempo a prender degli appuntamenti, m’ha detto: Grazie di tutto, le do un bacio in fronte.
Ed io, davanti a quelle sue parole, ho pensato, ma quanto sarà strana la vita, che un attimo di trattano a pesci in faccia e quello dopo, oh, c’è chi ti manda baci via telefono?

Forse, dopo tutto, il bello della vita è anche questo, che non smette mai di sorprenderti e anche se a volte ti sottrae ossigeno tenendoti la testa sott’acqua, un attimo dopo è lì che ti tende la mano per poter tornare in superficie.

Di modi, per risalire, per fortuna ce ne se sono molti. E anche se a tratti è un’impresa ardua, io ne cerco di nuovi ogni giorno, ché se c’è una cosa che lo stare a contatto con gli altri mi ha insegnato, è non perdere me stessa. Certe cose, quindi, non posso far altro che farmele scivolare addosso. Le vedo e le sento, certo, ma un attimo dopo non ci son più. Puff. Svanite.
Del resto l’estate è alle porte e se voglio iniziare a mantenermi leggera per la prova costume, da qualche parte dovrò pur iniziare. No?

E se poi capita che mi distraggo e qualcosa mi rimane impigliato addosso, per fortuna ci sono la Ele e la Elsa, che per quanto sian giovani, ieri m’han dato prova d’aver occhi ben vispi, che guardano attenti a ciò che accade intorno ma al contempo han voglia di ridere e di farlo di gusto, proprio come si fa a vent’anni.

Tanto, l’ennesima delusione o arrabbiatura arriverà comunque, assieme all’immancabile voce grossa; facciamo almeno in modo che al loro arrivo trovino animi leggeri e spalle forti su cui scivolare.

Per quel che mi riguarda dovremmo tutti imparare ad esser più simili a loro, qua dentro. Conservando a mani strette l’entusiasmo dei loro anni, ad esempio, o la fiducia in un futuro che se solo ci impegnamo non potrà che essere migliore.

il Venerdì _ 20

Da queste parti non c’è mai il verso di starsene un po’ da sola. Vuoi o non vuoi, infatti, al Poliambulatorio qualcuno con cui parlare lo trovi sempre: di persona, per telefono, persino tramite messaggio, ché da un po’ di tempo ci siam fatti tecnologici e sul nostro cellulare è arrivato pure WhatsApp!

Be’, che dire? Al di là del caos che mi frulla in testa e del bisogno di silenzio che ultimamente accompagna le mie serate, c’è di positivo che ogni giorno intesso un sacco di relazioni. Non solo con chi come me se ne sta qua dentro a giornate intere per lavoro, ma anche con gli altri.

Già, perché può sembrar strano ma a questo mondo esistono anche gli altri, quelli che le giornate le passano per lo più fuori, ma che da qui, di tanto in tanto son costretti a passarci: per un’emergenza, un’igiene o perché no, un controllo. E così, a forza di vederli e sentirli, va a finire che anche loro diventano parte di noi; persone che si affezionano alle nostre storie o che ci raccontano le loro.

Penso a Rossella e alle sue camminate, ai ritratti color pastello di Gianni e a Giancarlo, che ogni volta che lo vedo, penso, ma quando arriverà la prossima spiaggia lontana ed assolata su cui fantasticare insieme?

Mentre aspetto che ciò avvenga, penso che averle incontrate, queste persone, è stata proprio una fortuna, ché di questi tempi, di cielo grigio e tempo incerto, una scaldata al cuore è proprio quello che ci vuole. E anche se vien fuori dalla cornetta di un telefono, un sorriso sincero a tratti sa esser più di una carezza. Proprio come quella che ho ricevuto l’altro giorno dal signor Fabio, che prima di metter giù, m’ha detto: Via nini, e’ ci si vede domani. Ed io, più ripenso a quel nini più mi sento stretta in un abbraccio. Ché manco me la ricordavo l’ultima volta che qualcuno m’aveva chiamata così, nini.

Penso a tutto questo, alle carezze, ai sorrisi e alle idee scaturite da cose piccole, semplici, ma pur sempre capaci di dar colore a giornate, che se solo non avessi questi occhi qui, non farebbero altro che susseguirsi l’una identica all’altra.

Allora, d’un tratto, mi vengono in mente quelli che vedono tutto grigio e per qualche assurdo motivo, oh, voglion far vedere grigio anche me. Solo che a me, ‘sta storia, non piace mica poi tanto, ché se c’è una cosa che non sopporto è chi ruba: energie, idee propositive, colori. Dico io, con tutta la fatica che si fa per tenerseli stretti, i colori, ci manca solo che qualcuno venga a sottrarceli.

I giorni, certo, non son tutti uguali e anche a me di tanto in tanto capita d’esser sotto tono, di buttar fuori pensieri, pesantezze, d’usare senza volere chi mi sta intorno come un pungiball. Dopo tutto siamo umani, mi dico, ma ora che son qui a scrivere, penso, va bene l’essere umani, ma forse bisognerebbe provare a mettersi nei panni di chi ascolterà le nostre parole, per capire non solo ciò che esse sono in grado di dare, ma anche ciò che molto probabilmente porteranno via. Chissà, magari così, prima d’aprir bocca impareremmo tutti a contare. Uno, due, tre… e avanti, fino a… be’, ognuno conti fino a dove vuole, l’importante è iniziare a farlo, ché a pensarci bene, se di orecchie ne abbiam due, mentre la bocca è soltanto una, dico io, non sarà mica un caso.

Meno parlare più ascoltare.

il Venerdì _ 19

A volte ho come l’impressione di dimenticarmi la fortuna che ho a starmene qua dentro. O meglio, più che dimenticarmene, è come se questo pensiero finisse per acquattarsi in un angolo, sotto polvere di arrabbiature, briciole di stanchezza e qualche parola buttata là da qualcuno che solo a ripensarci, oh, mi cadono le braccia.

È che più passa il tempo più mi rendo conto di quanto sia tristemente facile dimenticarsi le cose importanti. Accantonarle chissà dove, in un angolo polveroso, ad esempio, o nell’armadio assieme agli scheletri. Ché in fondo, anche loro, avran pur bisogno di compagnia, no?

Solo che noi dovremmo esser più bravi e trovar altro per intrattenere quegli scheletri, senza dar loro i nostri bei pensieri. Per fare questo abbiam bisogno di menti capaci di resistere a tutto e a tutti, soprattutto alla consuetudine e alle dimenticanze. Menti resistenti, insomma, e cuori capaci di fare altrettanto.

Io non lo so mica di cosa son capaci la mia mente ed il mio cuore. Insieme, in questi anni, ne han combinate parecchie, dentro e fuori di qua. E quando penso alle fatiche che ultimamente offuscano i miei pensieri, mi chiedo, ma quanto sarà strana la vita? Che più avresti voglia di rallentare e tornare a vedere le cose, senza doverle sfiorare solo con uno sguardo, più, guarda un po’, la vita ti fa correre qua e là come una trottola.

Sandra una volta mi ha detto che niente viene per caso: periodi impegnativi, prove difficili… tutto ha un suo perché. Le sue esatte parole sono state: le prove più dure spettano a chi è in grado di affrontarle. Ed io, più ci penso, più mi dico, ma che roba bella è!
Quasi la invidio la sua fede: nella vita, in Dio, nelle persone. Una fede che le fa chiudere un occhio su tante di quelle cose che io penso, muah… e poi le fa dire un sacco di Si: a chi la assilla di telefonate, a chi le affida qualcosa più grande di lei e a chi non fa a pieno il suo lavoro, ma che problema c’è, dice, tanto ci penso io.

Santa donna, la Sandra. Talmente santa che a qualcuno, dopo averla incontrata in giro chissà dove, è capitato di ritrovarsi steso in studio a bocca aperta, sbam! E lei, davanti, intenta a fare il suo lavoro. Domeniche, festivi, pure mentre veniva giù la neve e fuori non c’era anima viva. Lei era lì.

Donne così, ti vien da pensare, averle intorno è una gran fortuna. Badate bene, non ho detto una passeggiata, né un bel aperitivo lungo in cui lasciar lentamente andar via i pensieri. Ma sulla fortuna, credetemi, non vi è alcun dubbio. La santità infatti è una roba impegnativa, che ti mette alla prova, ma ha di positivo che ravviva gli animi e così, alla fine, a forza di starle dietro, in questi anni ci siam fatti un po’ santi anche noi. Dei santi minori, sia chiaro. Anzi, in alcuni casi, sarebbe forse più giusto parlare di beati.

Io son di sicuro tra quest’ultimi. Se una cosa l’ho capita, infatti, è che la strada per il Paradiso è bella ripida e richiede ogni giorno il superamento di noi stessi. Una strada impegnativa, insomma, senz’altro molto lunga. Ed io, be’, non son mica certa d’esser pronta a percorrerla. Allora procedo un passo alla volta, senza fretta, ché io dico, prima di arrivare fin lassù, vuoi che non mi faccio un bel giretto altrove?

Never give up_ Millo
Santiago del Cile

il Venerdì _ 18

Anche a questo giro la settimana è stata un po’ più corta, divisa a metà dalla festa dei lavoratori. Sbam!

Un taglio che tutti noi abbiamo apprezzato alla grande, ché lo studio quel giorno è rimasto chiuso. E menomale, dico io, che se c’è un’occasione in cui tutte le attività che si basano sul lavoro dovrebbero fermarsi, è proprio questa. Altro che Pasqua e Natale!

Mica per niente, eh, è che a goder delle feste dovrebbero essere prima di tutto coloro a cui son dedicate. Ché ok, al giorno d’oggi sembra che niente abbia un valore se non vien condiviso, ma certe cose, dico io, son di chi se le merita.

Il Primo Maggio, ad esempio, è di chi passa ore e ore a lavoro per guadagnarsi da vivere; di chi un’occupazione la sta cercando seriamente e di chi si è trasferito chissà dove per seguirla; ci son poi quelli che l’han persa ma non per questo si sono arresi o chi, per questa, ha perso addirittura la vita. Insomma il Primo Maggio è di queste persone qui, mica di tutti!

Gli altri, quelli abituati a campare sulle spalle altrui, quel giorno lì dovrebbero mettersi all’opera. Non tanto per rendere il favore, quanto per capire un po’ di cose… magari. Ad esempio, che al di là della fatica, il lavoro può dare ad una persona la dignità, roba che chi se ne sta con le mani in mano non sa manco cosa sia, ma la speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire.

Un’altra cosa, poi, è la capacità di aprire gli occhi. Il lavoro può anche questo, si, rivelando chi, tra chi ci sta intorno, è degno della nostra stima, della nostra fiducia.

Già, perché mica tutti lo sono eh! Ché anche tra chi lavora ci sono i disonesti, gli scansafatiche, quelli abituati a fare il loro e rizzati, sai. Ma per fortuna c’è anche chi, proprio perché riconosce il valore di ciò che sta facendo, esce dal suo orto, rivolgendo il suo sguardo anche su chi gli sta intorno.

Dove lavoro io, di persone così ce ne son diverse, e menomale, ché correr da sola, credetemi, sarebbe stata davvero una gran fatica. Aver colleghe e colleghi su cui contare è invece una delle fortune più grandi che abbia avuto. Nel delirio che di tanto in tano imperversa da queste parti, è così bello sapere di non esser soli. E allora va a finire che anche se c’è da correre, be’, non è poi così male. Ché se oggi corro di più io, so per certo che domani quel passo in più lo farà qualcun altro.

Non sempre è facile, sia ben chiaro; di sacrifici da fare ce ne sono eccome. Ma in fondo ci si abitua a tutto, anche al sacrificio. Il proprio, certo, ma anche quello degli altri, che anche quando non è rivolto a te, oh, riesce sempre a strapparti un sorriso. Come l’altro giorno, quando davanti a degli ovetti di cioccolato incartati di diversi colori, perché a Teresa non toccasse quello fondente, la Mau non c’ha pensato un attimo e ha detto: “Che problema c’è Tere, ne assaggio uno io e così capiamo quale puoi mangiare e quale no”.

Ed io stavo lì a guardarle, piegate su quei cioccolatini, a pensare che queste, oh, son proprio le colleghe che ci vogliono. Spiritose, leggere e pronte a tutto. Anche a metter su qualche chilo al posto tuo.