il Venerdì _ 37

A questo giro il Venerdì sarà breve, ma che dico breve, brevissimo, ché di una settimana che inizia con me che saluto un odontotecnico a suon di Buon fine settimana! ma che volete che vi dica?

Avrei dovuto capire tutto allora, invece, ho sottovalutato la cosa e senza accorgermene mi son ritrovata in un frullatore, uno di quelli che anche se fuori fa ancora caldo e non si sa bene come vestirsi, ti fa capire che il Natale è più vicino di quanto non sembri. La gente infatti è già su di giri, in preda a nevrosi e sia mai che certe cose se le tenga per sé, ché al giorno d’oggi, si sa, non condividere equivale un po’ al non esistere. E così, mentre c’è chi proprio non resiste a dar segni di vita, io non riesco a non pensare a quanto sarà lungo questo mese… interminabile.

Per fortuna, però, resta qualcuno capace di darmi della speranza, ché per esistere, dico io, non bisogna mica per forza far la voce grossa o entrare a gamba tesa nella vita degli altri. La signora Anna me l’ha ricordato ieri, quando ha chiamato lo studio solo per dire che stava bene e che ringraziava tutti per esser stati con lei così gentili, il giorno prima, così carini… Era venuta a togliersi un dente, ma aveva una paura tale che alla nipote aveva detto: in casi estremi niente fiori, eh, ma opere di bene.
E invece, Oh, m’ha detto, la dottoressa è venuta fin sulla porta, m’ha preso a braccetto e via… E mi creda, a 86 anni fa piacere come se a un bimbo di 5 tu gli regali un lecca lecca.

Ecco, penso davvero che di persone come lei, in questo mondo, ce ne vorrebbero molte ma molte di più.

Non so se questo mio desiderio prima o poi si avvererà, se per sentirsi vivi basterà dire qualcosa di gentile all’altro, qualcosa di inaspettato che gli regali un sussulto d’entusiasmo, un sorriso, ma di sicuro son felice d’aver risposto io a quella chiamata. Ché chiamate così, credetemi, son più uniche che rare. Quindi grazie Anna, per quelle parole leggere, riconoscenti, e per avermi ricordato una volta per tutte quanto sia importante circondarsi di persone capaci di scaldarti il cuore.

Gli angoli di Padova

il Venerdì _ 36

Stavolta il venerdì arriva di domenica, non solo perché l’altra sera, dopo undici ore a lavoro mi son schiantata sul divano e addio mondo… no, stavolta se il Venerdì arriva di domenica c’è un motivo che va ben oltre la stanchezza ed è il compleanno di ieri. Mica uno qualsiasi, eh, ché a spegnere le candeline è stato proprio il Poliambulatorio in cui lavoro e di cui ormai vi racconto da mesi.

Ebbene si, ieri abbiamo festeggiato i nostri primi 10 anni. Usare il plurale mi par doveroso, prima di tutto perché là dentro siamo in diversi, e poi, diciamocelo, ‘sti 10 anni me li sento molto miei, visto che in questa squadra ci sono dall’inizio, da quando ero una giovane studentessa e a preoccuparmi erano solo gli esami universitari.

Da allora di cose ne son cambiate un bel po’. A preoccuparmi è arrivato altro: tipo il paziente incontentabile, quello irascibile, la giornata no del collega, la mia… e così, tra una preoccupazione e l’altra, è andata a finire che in questi anni da ragazzina che ero mi son fatta donna.

A volte penso che questo lavoro sia stato una disgrazia, ché se 10 anni fa non avessi avuto quel mal di denti che mi ha condotto qui, be’, forse adesso sarei dall’altra parte del mondo a far qualcosa di straordinario, come l’Eli o altri miei amici. Chissà… quel che è certo è che senza questo posto, senza le persone che lo animano ogni giorno, oggi non sarei quella che sono.
E poi, credetemi, con i tempi che corrono, anche star qua ed affrontare ogni giorno con tenacia e ironia non è affatto poco. L’affetto ed i sorrisi, che abbiam ricevuto ieri ne sono la prova. Oh, ce ne son stati così tanti, alcuni attesi, come quelli di Marigen, Ezio, Sivana, altri inaspettati, come quello di Luigi, che ce l’ha col mondo intero (talvolta anche con noi…), ma ieri c’ha tenuto a festeggiare insieme questo traguardo.

Quindi che dire, ragazzi?

Avanti così!!
Ché sebbene qua dentro di cose da migliorare ce ne siano diverse, i nostri passi mi sembrano percorrere una strada più che buona… lo dicono anche i nostri ‘diplomi’ 😜

dav

il Venerdì _ 35

L’altro giorno, a lavoro, è squillato il telefono.
Driiiiin driiiiiin
E al solito ho afferrato la cornetta al volo – Poliambulatorio buonasera.
Dall’altra parte una voce di donna – Ehm… pronto, buonasera… – il tono di chi ha testa chissà dove – senta, mia figlia l’altro giorno ha messo l’apparecchio. Ora però sente qualcosa di strano. Tipo un gancino che si è staccato… No aspetti, non un gancino, forse un elastico… Saraaaa – grida.
Siiiiii… – si sente in lontananza.
Sono al telefono con il dentista – dice la donna – cos’è che ti è venuto via?! Un elastico?
Da qua non si sente nulla, ma la ragazza deve aver risposto in modo affermativo, perché un attimo dopo la madre torna a rivolgersi a me – Si, un gancino… e allora… ecco, pensavo… non ci sarebbe modo di farla vedere dalla dottoressa?
Senta – le dico osservando l’agenda stracolma di appuntamenti – possiamo vederla ma sul fine serata, tipo alle 19.
Nooooo… – se ne esce la donna.
Mi dispiace – le dico – ma in questo periodo l’agenda della dottoressa è davvero piena e oggi, ahimè, non fa eccezione.
Si ma le 19… no no no… – Ripete sdegnata manco le avessi proposto l’una di notte.

Allora faccio un profondo respiro e guardo l’orologio. Considerato che sono le 14 penso che le 17 potrebbero essere un’ottima via di mezzo, così mi lancio, dando fiducia a chi un tempo sosteneva che in media stat virtus – Che ne dice delle 17?
Ma lei non sembra neanche sentirmi, da quanto è rapida nel rilanciare – Senta ma… – butta lì – venire adesso? No perché così la dottoressa da un occhio a mia figlia, fa quel che c’è da fare e poi torniamo a casa in modo da fare i compiti. Le pare?

Mentre l’ascolto sono così incredula che mi scappa da ridere, ché cara la mia signora, mi creda, se le dicessi quel che mi pare…… ma no, via, meglio se non glielo dico. Però una cosa la penso; la penso eccome, ed è che se va avanti così, se ognuno cioè continua a sentirsi l’ombelico del mondo, io non lo so mica se ce la faccio, eh. Ché con certa gente ci voglion due spalle, ma due spalle… che manco mio fratello che è un armadio le avrà mai due spalle così. Figuriamoci se potrò mai averle io che il massimo dell’attività fisica che faccio ultimamente è salire le scale di corsa al mattino tentando l’impresa di arrivare in orario a lavoro.

Meglio tornare a difendersi, quindi, e a riprender fiato nel modo in cui so farlo meglio: zaino in spalla e cuor leggero, per perdersi chissà dove.

È da un po’ di tempo che non lo faccio. Troppo.

Tanto che mi par davvero giunta l’ora di rimediare e così, mentre penso a quale potrà essere la prossima meta, mi ricordo che in realtà, nei giorni giorni che verranno c’è un altro viaggio che mi aspetta, stavolta da fare in compagnia degli amici e di tutti coloro che vorranno starmi accanto, ripercorrendo i passi che ho fatto l’anno scorso, In fuga con me stessa, e che se le cose dovessero andare per il verso giusto, be’, zitti zitti quei passi potrebbero anche restare impressi nero su bianco insieme ai miei pensieri.

Una roba che detto tra noi, ancora mica ci credo, ma più ci penso più mi viene da dire, però… niente affatto male come boccata d’ossigeno!

https://bookabook.it/libri/in-fuga-con-me-stessa/

il Venerdì _ 34

Sebbene a tratti queste quattro mura mi stiano un po’ strette, ci sono momenti in cui mi regalano risate a perdifiato, di quelle che di solito si fanno tra amiche in una serata in cui tutto il resto del mondo è lasciato fuori; risate così belle e piene, da arrivare a domandarmi se sia davvero a lavoro o da un’altra parte.

E’ il caso dell’altro giorno, quando mi son ritrovata a condividere la pausa pranzo con Ilaria, Silvia e Roberta, e tra un boccone e l’altro son venuti fuori discorsi piuttosto interessanti, soprattutto per noi donne, che anche se non lo diamo a vedere, oh, chissà come, riusciamo sempre a infilare gli uomini in mezzo ai nostri discorsi. Be’, a meno che tu non sia Silvia, la quale, si sa, a tratti preferisce i Pokemon… ma questa è un’altra storia. L’altro giorno, infatti, a vincere è stato il genere maschile e mentre ce ne stavamo lì, tra un boccone e l’altro, ognuna a dire la sua, ho pensato, ma che bella cosa è questo scambio d’opinioni tra donne così diverse: per idee, età, esperienze. Una cosa semplice ma così bella che mi son detta, però, non è mica da tutti aver delle pause pranzo così!

Ma del resto dovrei esserci abituata. Da queste parti, infatti, le pause pranzo han sempre regalato grandi gioie, sin dai tempi in cui veniva a trovarci l’Antonietta. Settant’anni e non sentirli, la bocca piena di parole affettuose per noi giovani dello studio e due occhi luccicanti di vita. Ancora oggi, quando abbiamo occasione d’incontrarla, a noi ragazze ci chiama tutte chicca e ci tiene che ogni cosa nelle nostre esistenze sia a posto: lavoro, amore, salute… manco fosse Paolo Fox.

Ripenso a quella volta in cui, anni fa, dopo aver ascoltato le pene d’amore di una di noi, se ne venne fuori con questa frase: La vita è come una scaletta d’un pollaio: corta e piena di merda. L’ultima parola le rimase un po’ in gola, ché sebbene sappia il fatto suo, l’Anto è pur sempre una donna a modo. Ma noi, oh, tutti giù a ridere e a pensare che, si, aveva proprio ragione.

Queste son cose che più ci ripenso più mi fan sentire a casa. E a quanto pare, in questo posto, io mi ci sento così tanto “a casa” che a volte mi lascio andare fin troppo. Proprio come l’altro giorno, quando il lasciarsi andare l’ho preso in parola a tal punto da svenire. Con un certo stile, però, eh, ché ormai in questo campo mi son fatta un’esperienza e così, a terra ci son arrivata per gradi. Prima mi son lasciata cadere sulla sedia della Tere, poi gambe sul termosifone e solo qualche minuto dopo mi son seduta in terra. Ma dato che continuavo ad aver la vista offuscata, ho preso il telefono e ho chiamato la sterilizzazione: E’ urgente, mi mandate qua la Clau?

A quanto pare, oh, lei non se l’è fatto ripetere due volte dato che un attimo dopo era da me.

Mentre mi riprendevo, masticando un cremino al cioccolato distesa sul pavimento, lei era lì a tenermi i piedi in alto. Solo chi c’è passato qualche volta, conosce la sensazione di totale inutilità che si prova a perdere i sensi perché ci s’impressiona di qualcosa, eppure, per quanto inutile mi sentissi in quel momento, non riuscivo a smettere di ridere.

Ho riso anche quando Mario m’ha salutato oltre la porta a vetri.

Toc toc. Tutto bene? – ha fatto cenno con la mano.

Io ho scosso la testa e gli ho sorriso.

Si, si… tutto bene – ha detto la Clau.

Allora anche lui ha sorriso ed è andato: Ciao!

Io ho ricambiato il Ciao, per poi dire tra me e me: Che disagio, salutar la gente mentre son distesa a ter…

Ma la Clau, oh, non m’ha neanche fatto finire la frase. Venvia! – ha detto – che sarà mai… di tanto in tanto fa bene cambiare prospettiva nella vita, no?

E allora si che siamo scoppiate a ridere!

Così, dal nulla, mi son tornate in mente le parole dell’Antonietta. Sarà che la vita a volte è esattamente come la scaletta di cui parlava lei, corta e piena di merda. Allora, cari miei, non resta che circondarsi di persone positive, di amici veri, che san farti bene al cuore… e se sei fortunato, be’, son capaci anche di salvarti da uno svenimento.