il Venerdì _ 44

Il venerdì che era saltato fuori all’inizio era un venerdì che somigliava alla nebbia di questi giorni: gelida e così fitta da riuscire a togliere in un sol colpo vista ed entusiasmo.

Ma state tranquilli, non è che d’un tratto abbia deciso di scrivere di meteo. Prima che questo accada ho l’impressione che dovranno passare un bel po’ di anni, ché di poche cose son certa in questa vita ma di sicuro finché continuerò ad incontrare tutta ‘sta gente gli argomenti non mancheranno.

È che più vado avanti più mi da l’idea che in questa vita alcune persone che ti capitano a tiro, son proprio come questa nebbia, messe lì appositamente a toglierti vista ed entusiasmo. Una roba che me la mette così male, ma così male, che mi son detta, sarà mica il caso di lasciarla andar via ‘sta nebbia almeno oggi che è venerdì?

La risposta non può che essere si. Un SI convinto, che per uscir fuori così convinto richiede un esercizio quotidiano, fatto di occhi serrati e tentativi disperati di mettere a fuoco quello che si trova oltre questa fottuta coltre di nebbia.
Una roba che tutto sommato viene quasi naturale ad una miope come me, che serro gli occhi dai tempi dell’università.
Anni ed anni d’esercizio, insomma, rispetto ai quali ho sempre pensato, che palle, mentre oggi giocano (e non poco) a mio vantaggio.

E allora via, ad occhi serrati oltre questa nebbia, per finire sulla Mau che dopo un mercoledì pomeriggio di segreteria racconta barzellette con entusiasmo o su Graziano, che ieri s’è fermato a raccontarmi con un sorriso bello pieno le sue giornate da pensionato dedite ai due nipotini.
Finisco anche sulla Ele e la sua risata incredula seguita da un altrettanto incredulo IO NON HO PAROLE, dopo aver inseguito un paziente in preda al mal di denti che appena entrato in studio si è lanciato in poltrona da solo senza nemmeno passare dal via.

Oh, a forza di star così serrata, arrivo a vedere persino la Paola ed i pasticcini che ha portato a noi segretarie per ringraziarci del fatto che il suo 2019 si è chiuso senza alcun debitore. E allora via, a godersi ‘sta coccola, ché visti i tempi che corrono ce la siam proprio meritata. Un po’ come i miei stivali, che seppur nuovi di pacca parevano destinati a restare chiusi in un armadio per sempre, mentre invece, adesso, grazie ai piedi della Elsa, potranno finalmente avere una vita vera, tra prati, pozzanghere e luoghi meravigliosi.

Insomma, cari miei, come avete potuto vedere, serrare gli occhi può davvero portarci altrove. Non so dirvi esattamente quanto lontano, ma di sicuro ci catapulta oltre la nebbia che vorrebbe tanto toglierci la vista, l’entusiasmo, i sogni, il piacere delle piccole cose… Tutta roba che invece dobbiamo tenerci stretta e difendere ad con occhi serrati e cuor leggero.

Una cosa che non so perché mi ricorda tanto il titolo del nuovo libro di Fabio Genovesi: Cadrò, sognando di volare.

Parole che che messe insieme così mi piacciono un sacco. Per questo le prendo volentieri in prestito per chiudere un venerdì che, ad occhi serrati, si ribella al grigiore che certa gente vorrebbe portare nelle vite degli altri.

Se lo si vuole davvero, infatti, la vita può essere leggera e piena di luce. E se poi capita di cadere, pace. Per lo meno sarà stato a causa del troppo sole e non per la fitta nebbia.

Leggete Fabio Genovesi.
Leggete “Versilia Rock City”.

il Venerdì _ 43

Il mattino, si sa, ha l’oro in bocca, così stamani mi son svegliata con l’intenzione di chiudere la settimana al meglio, facendo tutto quello che mi ero riproposta di fare in ‘sti giorni e potermi poi godere il weekend in totale relax.
Allora son saltata fuori dal letto all’alba per fare colazione con l’Ale e darle la locandina del mio libro, ché lei è talmente entusiasta di sostenere questo mio progetto e talmente abile nel farlo, che m’ha detto: “Oh Ire, dammene una copia, la metto in azienda. Vedrai!”
Così ci siamo date appuntamento al bar. Solo che poi, arrivata lì, avvolta nella nebbia delle 7.30 e con gli occhi ancora abbottonati, mi sono accorta d’aver dimenticato la locandina. E che cazz… Ho pensato, dandomi più volte della scema, ma poi mi son detta, poco male, ché almeno ho avuto un’occasione per vedere l’Ale, conoscere Barbara e tuffarmi di prima mattina in un buon cappuccino. Ciaf!!

Una partenza, quella di oggi, che è stata la sintesi esatta degli ultimi giorni, fatti di tentativi di far le cose al meglio, superando ostacolo dopo ostacolo. E dopo ogni ostacolo superato, taaaac, eccone subito un altro. Giusto per tenersi in allenamento, eh.

Si, a lavoro in questi giorni è andata proprio così. Per questo ho deciso di non regalare troppe risate, sorrisi, magari attimi di tenerezza… Ma di ‘usare’ questo Venerdì 17 per offrirvi qualche interessante spunto di riflessione sull’Italia di oggi.

Per farlo, però, devo partire da quando, qualche sera fa, siamo andati a letto che era il 2019 e l’indomani ci siamo svegliati nel 2020, sbam!
Un cambiamento mica da poco, eh, che ha portato un nuovo anno, un nuovo decennio e anche un sacco di altre novità, che non so se sia possibile definire buoni propositi, chissà… Quel che è certo è che da allora, cioè dal primo gennaio duemilaventi, il mio lavoro, assieme a quello delle mie colleghe, si è complicato un po’, dato che non so se lo sapere, ma da quest’anno, per poter detrarre le cure mediche (nel nostro caso odontoiatriche) i cittadini dovranno effettuare il pagamento solo con mezzi tracciabili (carta, bancomat, assegno… per intendersi, tutto ciò che non è il contante), conservando non solo la fattura ma anche l’attestazione dell’avvenuto pagamento (scontrino pos, contabile bonifico…).

E fin qui, niente di trascendentale. Figurariamoci, noi il pos ce l’abbiamo da sempre e le fatture si fanno TUTTE, ad ogni sacrosanto pagamento che riceviamo.
Pensavamo, quindi, che l’impatto con questa novità sarebbe stato pari a zero. Invece, be’, in questi giorni ci siamo accorte che per aiutare i cittadini a detrarre le loro spese, abbiamo ‘perso’ (o meglio, rimandato) la riscossione di più d’un pagamento. La gente, infatti, davanti a questa novità dello stop ai contanti per le detrazioni cade dal pero. C’è chi si fruga in tasca e dice “Adesso ho solo i contanti.Tornerò con la carta. Va bene prossima settimana?”
E allora, che fai? Gli dici di no?
Ma i più radicali son quelli d’una certa età, che se ne escono convinti: “Sie bah! Un ce l’ho mica io i’ bancomatte. Io fo’ co’sordi!“.
E allora giù, a spiegare che quel che dici, lo dici per loro, mica per te, ché in realtà tu quei contanti potresti pure prenderli e far fattura, ma poi loro non la possono scaricare e con tutti i soldi che già regaliamo allo Stato, signori miei, gliene vogliamo lasciare altri?

Insomma, da queste parti, dove non facciamo altro dalla mattina alla sera che fare: cure dentistiche, riscossione pagamento, regolare fattura; cura, pagamento, fattura; cura, pagamento, fattura; … l’impatto con la novità è stato un bel po’ impegnativo.
Se contiamo, poi, l’aumento dei costi relativi al maggiore uso del pos (tutti a carico dell’azienda, ovvio, e senza alcun tipo di agevolazione), la cosa si fa decisamente interessante.
Mai però quanto la novità che abbiamo appreso ieri dalla commercialista e che ci ha lasciate letteralmente senza parole.
Se una persona, infatti, vorrà poter usufruire delle detrazioni fiscali, oltre a pagare le cure con bancomat, carta, bonifico o assegno (sacrosanto, per carità), conservando fattura e copia della transazione, il mezzo utilizzato per il pagamento dovrà essere a lui/lei intestato. Questo significa, ad esempio, che se un anziano dicesse al figlio “Puoi pagare tu per me col bancomat – così posso detrarre – poi ti rendo i soldi in contanti?”, be’, non è ancora ben chiaro se poi quella fattura la potrà scaricare oppure no.

Ed allora io, con tutta la buona volontà che ho e il desiderio di contribuire a rendere questo un Paese migliore, dico, ma siamo sicuri che questo ci aiuterà a far emergere i furbi? A colpire finalmente gli evasori?

Muah
Sinceramente di lavoro ne ho fin troppo per metter bocca in quello degli altri, ma se fossi io a dover cercare soluzioni, intendo delle soluzioni serie, partirei da quella paninoteca di Siena, a ridosso di Piazza del Campo, in cui il 6 gennaio ho speso 18 € per due panini e una birra e quando ho mostrato il bancomat, con l’intento di usarlo, mi son sentita dire: “Eh, no, per pagare solo contanti, ché il pos ancora non ce l’abbiamo”.
Allora ho racimolato la moneta (per fortuna che ne avevo) e ho pagato. Il ragazzo ha preso tutto e ha aggiunto: “Lo scontrino te lo porto poi io al tavolo”.

Oh che l’ha’visto te?!

il Venerdì _ 42

Anche se da dieci giorni abbiamo fatto un balzo in avanti, entrando in un anno fatto di cifre tonde e doppi zeri, i ritmi mi sembrano rimasti più o meno quelli di prima.
Dico più o meno perché per quanto ognuno abbia sulle spalle il suo bel carico d’impegni e il piede di nuovo pronto a spingere sull’acceleratore, al momento i più stanno tenendo una velocità di crociera: passi rilassati, parole pronunciate con calma e sorrisi. Ma parecchi, eh, decisamente più di quelli che mi sarei aspettata. Tanto da arrivare a guardarli con sospetto e a chiedermi, ma tutti ‘sti sorrisi, ‘sta beatitudine, non saranno mica un effetto degli zuccheri dei giorni scorsi?

Be’, su alcuni non ho dubbi, di zuccheri durante le feste devono averne buttati giù molti, ché a cose normali, credetemi, una simile calma me la sarei sognata.

Poi, però, ci son quelli che son beati anche senza additivi, ché son già dolci di per sé e amano così tanto la vita che ti sorridono a prescindere. Come la signora Anna Maria, capace di regalarmi ogni volta che la vedo più d’un sorriso, anche se il dentista le ha levato un dente ed io penso, però, non è certo il modo migliore d’iniziare l’anno, ma lei arriva in segreteria e col suo bel romanesco mi dice: “Embè? Basta che me lo rimette, eh, ché io voglio magnà”.

Ed io, oh, quando se ne esce con certe frasi, non so se sorridere o abbracciarla, ché il suo spirito di bambina in quel corpo di nonna mi manda alle stelle, tra struggente tenerezza e vivace allegria.

Quel che è certo è che di persone come lei, pronte a dir quel che pensano ad alta voce, senza badare a chi, di fianco, scuote il capo intimidito e vorrebbe metterla a tacere, ce ne vorrebbero decisamente di più. Anche perché le cose che dice son cose belle, de’ core… capaci di rallegrarmi l’anima all’istante, come l’altro giorno, quando si è voluta assicurare che io avessi trascorso un buon capodanno, ché chi comincia, si sa, è a metà dell’opera e a quanto pare è così anche a Trastevere, dove è nata.

“E lei – m’ha detto (perché Anna Maria mi da del lei anche se ho meno della metà dei suoi anni) – dove è stata a Capodanno?”.
“Son stata vicina, Anna Maria – ho risposto – Sono stata a Firenze”.
“Ah…”, ha fatto come delusa, quasi dispiaciuta.
“Ma son stata bene comunque, eh”, l’ho rassicurata.
Allora l’ho vista tornare a illuminarsi: “Era col fidanzato?”.
“Eh sì”, le ho sorriso, sapendo che avrei destato in lei più d’una curiosità, visto che ogni volta mi chiede se mi son sposata, ché a detta sua l’amore mi fa proprio bene, mi ringiovanisce.
E infatti m’ha sorriso: “Ed è rimasto con lei fino alla mattina dopo?”.
“Certo, eh, anche quella dopo, e quella dopo ancora…”.
Allora sì che ha sorriso, ché ai suoi tempi una roba del genere se non si era sposati non la potevi mica fare. “Te possino!“, m’ha detto divertita e dopo avermi salutato se n’è andata via, radiosa, lasciando dietro sé un’allegria che m’ha accompagnato per quasi tutto il giorno.


Già, perché se c’è una cosa che mi son ripromessa di fare in questo 2020 è di tenere ben strette le cose belle che mi capitano. Quindi grazie, Anna Maria, per avermi regalato una manciata di sorrisi ed aver dato al nuovo anno un bell’inizio friccicarello.

il Venerdì _ 41

Detto tra noi, questi primi giorni del nuovo anno, a lavoro, son stati d’un tranquillo, ma d’un tranquillo, che più ci penso, più mi dico che un tranquillo così… be’, non poteva non destare qualche sospetto.

Le persone che son passate in studio, infatti, erano tutte sorridenti, fin troppo ragionevoli, oserei dire quasi rilassate e nonostante il freddo di questi giorni, spogliate della fretta che di solito ci portiamo dietro e che costringe a brevi scambi di battute fatti di nuca, ché chissà come, oh, il tempo di guardarsi negli occhi manca sempre un po’ a tutti.

Insomma, ero incredula: una tale quiete, i sorrisi, Luigi che arriva in studio con un bel pandoro per noi, senza condirlo dei se e ma a cui, ahimè, in questi anni ci ha un po’ abituati. Con lui è sempre bastone e carota, eh, fosse mai che tiriamo un sospiro di sollievo. Invece stavolta tutto tranquillo. Fin troppo, appunto, tanto che mi son detta, Che strano, vuoi vedere che il Natale a ‘sto giro è veramente riuscito a darci la pace di cui avevamo bisogno?

Poi, però, a un tratto è squillato il telefono.
“Poliambulatorio buongiorno”.
“Ehm, senta, buongiorno – ha detto una voce di uomo con fare un po’ sbrigativo – avrei bisogno di parlare con il medico di base. È una cosa urgente”.
“Guardi – ho detto io – oggi la dottoressa C. non è in studio, al suo posto c’è la sostituta, che può comunque visitarla. Noi però non possiamo passargliela al telefono, ma può venire in studio e attendere il suo turno”.
“Si ma quindi… come funziona, c’è altra gente prima? Bisogna mettersi in fila?”.
“Be’, si… ci sono i pazienti che hanno appuntamento ed altri che aspettano delle ricette, ma se la sua è una cosa urgente di sicuro l’accoglierà tra un paziente e l’altro”.
“Mmm…”.

“Senta – ha ripreso poi convinto – ma la dottoressa C. quando torna?”
“Lei ci sarà mercoledì, ma nel mezzo ci sono il fine settimana, l’Epifania… Come le ho detto, la sostituta oggi la vede più che volentieri. C’è solo da mettersi in fi…”.
“Ma no, dai – ha fatto d’un tratto – vengo mercoledì”.
“Ma la sua non era un’em…”.
“Alla fine non è così urgente, dai. Si, facciamo mercoledì. Arrivederci”. Tutto da solo, eh, per poi buttar giù.
Ed io son rimasta lì, non so dirvi se più arresa o sollevata, ché per carità, benissimo un mondo migliore, fatto di gente migliore, ma non so mica se l’avrei retto un cambiamento così netto tutto in una volta.

Ci sarà, quindi, ancora un bel po’ da correre, da chiudere le orecchie, far profondi respiri e da sperare che quelli capaci di spazientirti a tal punto da levartele di bocca e di mano, be’, non siano la maggioranza.
Nel frattempo mi son goduta qualche ora d’illusione, credendo che il Natale ci avesse resi più buoni e l’anno nuovo fosse finalmente riuscito a portare un po’ di pace, in Terra, nei cuori e nei cervelli (si, perché credetemi, c’è un gran bisogno anche di questo).

E quindi niente, anche questo anno, sarà per il prossimo.
Buon 2020 a tutti… E che la forza sia con voi!!