Agadir-Essaouira, 25 febbraio

È inutile negarlo, per quanto ami girovagare da una parte all’altra, questi ritmi iniziano a pesarmi. Ieri, ad esempio, ero talmente stanca e stordita che ho messo la sveglia un’ora dopo rispetto all’ora prevista. Una cosa mica da poco, eh, ché c’è mancato tanto così che rimanessimo a Tangeri. Per fortuna, però, le cose sono andate diversamente e se questo è accaduto lo devo prima di tutto a Francesco, che a un tratto m’ha fatto: Ma non avevamo detto 4.45, perché il mio orologio segna le 5.45?
Secondo di poi, lo devo al tassista, che invece di andarsene, come i più avrebbero fatto dopo mezz’ora di ritardo, ci ha comunque aspettati in Place du 9 Avril. Be’, detto tra noi,stamani ci hanno aspettato un po’ tutti, anche la cameriera del Dar, che nonostante fossero le cinque del mattino si era alzata apposta per prepararci una colazione coi fiocchi. Peccato non averla manco vista, presi com’eravamo a fiondarci giù per le scale con lei alle spalle che ci seguiva tenendo in mano due bicchieri di tè alla menta. Au revoir, Adios… Mentre fuggivamo le abbiam detto di tutto. Io le ho addirittura mandato un bacio con la mano, grata e mortificata allo stesso tempo. Chissà, se almeno quello l’avrà capito…

È proprio vero, ogni luogo ti lascia qualcosa. Non fa eccezione neanche Tangeri, che saluto con una corsa forsennata che sega le gambe ed un fiatone che metà basterebbe.

Per fortuna di tempo per riprendersi ce n’è in abbondanza ed è quello che impieghiamo per raggiungere Essaouira, passando da Agadir, perché se non si fosse ancora capito, a noi le cose facili non piaccion mica tanto.

In ogni modo, spingersi così a sud ci permette di vedere un nuovo e diverso angolo di questo Paese, dove i dromedari girano indisturbati, ed il colore della terra oscilla tra l’arancio e il rosso. È un colore che via via che risaliamo, da intenso si fa sempre più tenue fino a confondersi con quello del mare.

Anche noi amiamo mescolarci con questo elemento, è il motivo per cui abbiamo deciso di fare tappa ad Essaouira, un piccolo villaggio che si affaccia sull’oceano e che dall’oceano trae la sua maggior fonte di sostentamento: il pesce.

I banchi dei pescatori, al porto, ne sono letteralmente strapieni e nessuno si risparmia una visita. Ci son bambini entusiasti, adulti curiosi, poi ci sono quelli esperti, assieme ad una miriade di gabbiani… e in mezzo a tutto ‘sto marasma ci siamo noi, che scegliamo un po’ di pesce fresco, c’è lo facciamo grigliare, e poi lo mangiamo direttamente sul porticciolo. E rigorosamente con le mani, eh, ché da queste parti si usa così.

A quanto ci han detto si usa anche salir sulle terrazze all’ora del tramonto. Non saremo certo noi, quindi, a tirarci indietro, così ne scegliamo una sopra il vecchio forte e stretti nelle felpe seguiamo il discendere di quella perfetta palla rossa. Come spesso accade, l’attesa è più lunga del fatto in sé, ma vale comunque la pena.

Una manciata di minuti dopo è già scesa la sera. Be’, ancora un po’ e sarà domani e finalmente non avremo alcuna sveglia da mettete.

Autore: l_iRe

Segretaria di giorno, di notte scrivo. A trent'anni ho una doppia vita e a tratti ne azzardo una terza, tra amici, sogni, smarrimenti e amore... finché dura.

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