il Venerdì _ 08

La settimana è stata corta anche a questo giro. Stavolta, però, non son stati la febbre e il raffreddore a buttare all’aria i miei piani, costringendomi a letto. No. Stavolta niente letto, niente riposo, ma uno zaino in spalla e un biglietto aereo tra le dita, ché dopo aver corso e ricorso, be’, un po’ di ferie penso di meritarle anch’io.

È quello che mi ripeto da settimane, anche se a tratti mi è sorto qualche dubbio, dato che riuscire a partire stavolta è stata una vera impresa, tra visti errati, carte non abilitate agli acquisti online e acciacchi, che se ci penso, agli acciacchi, non ne avevo mai avuti tanti come in questo primo mese dell’anno, oh.

Quando finalmente credevo di poter tirare un sospiro di sollievo, ci s’è messa la neve, ché mi par giusto non farsi mancare neanche quella il giorno prima della partenza. Ma alla fine, per fortuna, ce l’abbiam fatta e l’aereo l’abbiamo preso sul serio.

Prima, però, a lavoro mi son data un gran da fare. Ché la settimana sarà stata anche corta, ma a Risana, anche quando è corta, la settimana dura un bel po’ di ore. Tante da non farti mancare proprio niente: incontri, sorrisi, ahimè qualche arrabbiatura. Be’, per fortuna, ho con chi condividere tutto ciò. Soprattutto quest’ultime… Dirlo sarà anche banale, ma credetemi, nel marasma che è oggi il mondo del lavoro, non è affatto cosa da poco avere delle buone spalle su cui poter contare.

Io devo ammettere che a Risana, di spalle, ne ho davvero tante. Qualcuna, va detto, è decisamente molto di più. Penso alla Mau, ad esempio, alla Clau o alla Tere, che all’idea che partissi mezza e mezza, oh, nelle scorse settimane son state più in pensiero loro di me. Penso agli abbracci che m’hanno dato mercoledì, alle parole della Mau, al sorriso della Sarina, ché dall’entusiasmo, oh, sembrava quasi dovessero essere loro a partire.

Su, dai, che son solo un paio di settimane! Ora che ci penso, però, non capita mica tanto spesso che io manchi da là dentro per tutto ‘sto tempo… Chissà come sarà, starmene fuori?

Divertiti, rilassati e non ci pensare, mi ha detto la Elsa. Che poi è quello che m’hanno detto un po’ tutti. Io li ho accontentati e ho risposto: Tranquilli, non vi penso. Ora che ci penso, però, non so mica se saprò esser di parola. Ché anche a non volere, cari mie, non fosse altro per le ore che ogni giorno passiamo insieme, siete diventati la mia seconda casa. Quindi mi sa tanto che nonostante i mie sforzi, be’, di tanto in tanto finirò col pensarvi.

il Venerdì _ 07

Questa settimana è volata via senza che me ne accorgessi e l’ha fatto in appena tre giorni. Già, perché due li ho passati a casa, sotto le coperte, ché non stavo per niente bene. Raffreddore, mal di gola, febbre. Quest’anno, oh, non ne cavo le gambe. Ed io son qui che penso, vuoi vedere che zitto zitto, questo 2019 s’è messo in testa di farmelo capire che è giunto il momento di tornare un po’ a pensarci, alle gambe, ché fino a qualche mese fa macinavo passi a non finire, mentre adesso l’unica cosa che riesco a macinare sono pensieri, talvolta parole.

Intendiamoci, se dipendesse da me starei fuori a camminare tutto il giorno, senza niente e nessuno a ricordarmi di doverlo fare, ma nella vita, dico io, bisognerà pur guadagnarsi da vivere, no?

Bisognerà… certo, ma ho come l’impressione che debba un attimo fermarmi. Non tanto per star ferma, quanto piuttosto per riprendere a camminare. Intendo a faro sul serio, zaino in spalla e via.

A farmelo pensare son diverse cose, una tra tutte la mia auto, che ieri, proprio nel giorno in cui rientravo a lavoro dalla malattia, s’è fatta trovare con una gomma a terra. Dico io, più segnale di così.

E lì mi è venuto in mente il signor Luigi, che una volta m’ha detto: Coraggio! Nella vita ci vuole coraggio. E se non lo si ha, be’, ci si procura un paio di pinze e si piglia. Ché sennò, bella mia, l’è un casino.

Luigi ha una settantina d’anni e una risposta per tutto. Vino caldo e miele, m’ha detto lunedì mentre per l’ennesima volta mi son soffiata il naso davanti a lui.
Avrei dovuto dargli ascolto, invece non l’ho fatto, e così me ne sono stata a letto due giorni. Chissà, magari se l’avessi ascoltato… E chissà se di risposte ne avrebbe avute anche per la mia gomma?
Be’, per fortuna, una risposta per quella me la son data da sola, ché quando Elio è nei paraggi, inutile dirlo, son sempre in una botte di ferro.

Il messaggio comunque è arrivato forte e chiaro: le gambe sono importanti.

La pensa così anche una coppia di pazienti un po’ in là con l’età che in questi giorni ha fatto visita allo studio.
– Una sera a settimana andiamo a ballare – ci hanno detto.
Azz, abbiam pensato io e la Clau, ché a pensarci, oh, son più attivi loro a settant’anni che noi a trenta.
– E che cosa ballate?
– Tango
– Tango? Wow, bello! – si è sorpresa la Clau – Così vi mantenete in forma, eh.
– In forma?! – ha detto la signora – per tenersi in forma, cara mia, la soluzione è una soltanto: chiudere la bocca.

E lì, silenzio. Un ‘si’ con la testa e via, mentre intanto, senza farmene accorgere, chiudevo la porta dell’amministrazione, ché non si avesse a vedere che di là pullulava di brioche come non mai. Del resto, si sa, il carboidrato tira su, e chissà se oltre che con l’umore non riesca a far lo stesso anche con i bilanci.

Be’, tornando a me, se voglio rimettermi in forze e tornare a camminare, da qualche parte dovrò pur partire. Brufen, tè caldo, riposo, vitamine del gruppo B… Le sto provando davvero tutte, ché in questa vita, penso, sono pochi quelli che non si meritano un’occasione e così, come ho detto oggi alla Mau, non vedo perché non darne una anche alla crema di pistacchio.

il Venerdì _ 06

E così, alla fine la voce è tornata. Tre giorni di assenza sono stati sufficienti ad impartire la lezione. Immagino pensasse questo, quando a forza di Brufen e tè caldo, un po’ alla volta è tornata a farsi sentire.

Adesso che siamo di nuovo insieme, lo ammetto, la sua mancanza un po’ mi manca. Se ci penso, infatti, non era poi così male avere una scusa per starmene zitta, evitando così di dover parlare a vanvera.

Già, perché a forza d’avere a che fare con gli altri, a volte si finisce per buttar lì parole a caso, quando invece le parole andrebbero usate con cura, attenzione. Ché non sembra ma son cose importanti, le parole.

Avrei dovuto dirglielo ieri al signor Maurizio, che ogni volta che viene in studio attacca a parlare quasi come se ci conoscessimo da una vita, io e lui. Cammina su e giù davanti al banco della segreteria, a suon di battute, domande…

Ieri, ad esempio, ce l’aveva con la mia tosse.
– È il fumo, ha detto.
– No guardi, veramente io, mai fumato.
– Allora l’è quello degli altri.
Ehm… no, a dire il vero non è manco quello, ma vaglielo a spiegare al signor Maurizio, che sebbene pensi di conoscermi, in realtà non mi conosce affatto. Così annuisco e lo faccio in silenzio, ché ho da risparmiare fiato e parole, appunto.

Preferisco conservarle per altri, infatti. Per Giancarlo, ad esempio, col quale starei a parlare per ore, dei nostri viaggi, del teatro… a fantasticare, a far scorta d’ossigeno.

Ma ahimè, in un lavoro come il mio non si può scegliere con chi avere a che fare. L’umanità è talmente variegata e credetemi se vi dico che qua dentro non ce ne facciamo mancare neanche una briciola. Così, può capitare di avere a che fare con la paziente che chiama per un’emergenza. Le dici di venire alle 11 perché prima il dottore non ha assolutamente modo di visitarla, ma lei fa finta di niente. Bene, risponde, allora alle 9.30 sono lì. Tanto, mica disturbo, mi metto buona in sala d’attesa… che io mi mordo le labbra per riuscire a star zitta, mentre penso che in fondo, si, meglio stare zitta, tanto con una così cosa diavolo parlo a fare?

Capita poi l’adolescente svogliato, che lo prenderesti a schiaffi una volta si e l’altra pure, ché quando entra in studio non alza manco la testa per salutare, intento com’è a spippolare col suo smartphone. È un attimo e penso, però, carini i giovani di oggi… e intanto mi sale un brivido lungo la schiena. Ad acquietarmi è l’arrivo del babbo, mai visto prima, ma per il quale provo istintivamente una certa solidarietà. Non dev’essere mica facile aver a che fare con quel soggettino lì. Poi però quell’uomo apre bocca: Senti, dice, oggi e’un posso pagare, ‘unn’ho preso manco i’portafoglio.

Buonasera, scusate, grazie… parole sconosciute, non pervenute.

E lì, torno sui miei passi e d’un tratto mi sento vicina a quel ragazzo e a tutti i giovani come lui, cresciuti da genitori che a stento mettono insieme una manciata di parole e quando lo fanno, chissà perché, dimenticano di usare quelle giuste.

Mi balza in testa la Mau, che di figli ne ha tre e ogni giorno si da un gran da fare, anche per insegnare loro le parole giuste. In questi undici anni di lavoro assieme, di cose ne ha insegnate parecchie anche me, ma ce n’è una che supera di gran lunga le altre ed è che il lupo, cari miei, e’un caha mai agnelli.

il Venerdì _ 05

Io, non so bene come andrà, ma questo 2019 non è che all’inizio e già lo amo. Un colpo di fulmine, il nostro, che chissà, magari si rivelerà presto un fuoco di paglia, ma per ora son qui che me la godo.
L’anno infatti è iniziato nel modo giusto, andando al sodo, ché questo è un anno che non le manda mica a dire. Agisce, ecco cosa, e mentre lo fa, elargisce insegnamenti.

Questa settimana ho ricevuto il primo. O forse dovrei dire ‘ne ho fatto le spese’?
Già, perché per ricordarmi quanto sia importante ascoltare, da un giorno all’altro m’ha fatto andar via la voce. Lunedì sera parlavo, mentre la mattina dopo… Niente. Nada. Nisba. Voce non pervenuta.

Detto così, potrebbe sembrare una robina da niente, ma provate voi a stare nove ore al pubblico con la voce che pare quella d’un gatto stretto all’uscio, con i pazienti che schizzano da una parte all’altra dello studio e il telefono che squilla a diritto. Io, poi, che a lavoro non starei ferma un attimo. Figuriamoci zitta…

Il momento peggiore ha coinciso con la metà della settimana. Mercoledì, infatti, son capitati in studio tutti quelli che non dovevano capitare. Gino, ad esempio, settant’anni e passa sordo come una campana, che dico io, ma la capsula si doveva decementare proprio questa settimana?
Be’, a quanto pare si, e allora via.

Gino per oggi sono 35 euro.
Quanto?
35.
135???
Sgrana gli occhi.
No, 35…
Non capisco, dice sempre più confuso.
Ehhh, grazie al ca… no, questo non glielo dico, però lo penso, si, mentre ormai son lì che gli rido in faccia, ché io tutto questo disagio era da un bel po’ che non me lo sentivo addosso.

Di disagio, però, ne ho visto tanto anche negli altri. Ché non sembra, ma a star zitti il mondo pare amplificarsi. Si sentono un sacco di cose in più: belle, brutte e disagevoli, appunto.
Come quella paziente che ha l’abitudine di bucare gli appuntamenti e pagare le cure dopo i fochi, ma l’altro giorno se n’è venuta fuori con un ‘Come mai tutto questo ritardo oggi?‘, che dico io… dico ioooo……. anzi no, guarda, non dico, ché oggi non ho voce. E menomale.

Ma il mondo, si sa, per restare in equilibrio si nutre di contrasti. E per una persona così, ce n’è un’altra che sebbene sia la prima volta che mi vede, dice: Tranquilla tranquilla, tanto parlo io.

Ed è un tale sollievo che nel mondo ci sia anche questo. Intendo persone gentili, che ti sollevano dai pensieri, dalla laringite, e lo fanno con ciò che hanno. Chi una parola, chi una risata e chi invece, si fruga in tasca e tira fuori tre caramelle: Tieni bellina, tieni, che ieri ‘un t’ho mica visto tanto bene.

Che dire?
Bene non mi ci vedevo neanch’io, ma quella signora la ringrazio, ché se oggi finalmente riesco a mettere insieme due parole, be’, il merito va un po’ anche a lei.

il Venerdì _ 04

Quella che si è appena conclusa è stata una settimana strana, iniziata l’altro ieri e già finita.
Già, perché il nuovo anno, a Risana, ha preso il via con una settimana di soli tre giorni, il che, detto tra noi, come inizio non è stato affatto male.

Nonostante questo, i pazienti in studio non sono certo mancati. Il telefono ha squillato, il campanello ha suonato… ma il tutto è avvenuto in un modo diverso dal solito. Un modo strano, oserei dire soft, se penso alle corse frenetiche di una settimana fa.

Chissà, magari le mie preghiere sono finalmente state ascoltate o forse il merito è delle grandi abbuffate, che tengono tutti ancora in un irreale torpore nonostante le feste siano quasi finite.

Be’, quel che è certo è che l’avvio del nuovo anno ha coinciso con la quiete dopo la tempesta. E se la settimana prossima tornerà il delirio, poco importa. Intanto ci siam goduti questa, eh.

Dico ‘goduti’ non a caso, perché quando si è abituati a correre, lavorare così sembra quasi d’essere in vacanza. Niente noci di cocco o mare cristallino, certo, ma l’aria che si respira è senza dubbio più svagata del solito; tanto che a forza di respirarla, quell’aria lì, va a finire che svagati lo diventiamo un po’ anche noi.

Io mi metto tra i primi della fila, ché di solito son bella precisa, ma in giorni come questi, oh, finisco sempre per perdermi. Non del tutto, sia chiaro, ma a pezzi. Lascio per strada parti di parole, butto lì lettere a caso. Vocali soprattutto, le preferisco. I numeri invece no, quelli restano al loro posto, e menomale, dico io, col lavoro che faccio…

Da un po’ di tempo comunque mi sono messa l’anima in pace: in fondo il mondo è bello perché è vario e a questo mondo, be’, ci sono anch’io, che quando mi rilasso perdo pezzi.

In compenso c’è chi funziona al contrario e quando è svagato, di pezzi prende anche quelli degli altri.
Mi viene in mente la paziente di ieri, che è tornata in studio scusandosi per aver messo in borsa, al posto dei suoi occhiali da vista, un paio di occhiali usati dai dentisti per alcuni interventi. È entrata tutta mortificata. Non ridere, ha detto, ma l’altro giorno ero con la testa chissà dove e senza volere ho portato via questi, e li ha tirati fuori dalla borsa.
Ah, però.. ho pensato. E io che mi preoccupavo per qualche lettera persa per strada!

La signora comunque non è certo la sola. In questi giorni ho visto pazienti tenersi penne, riviste della sala d’attesa… e poi, be’, ho visto la Mau, che stamani, oltre ai suoi fogli, che già sono così tanti da riempirle la scrivania, voleva tenersi anche quelli per il corriere.

Un piglia piglia generale, insomma, che se non la facevamo finita, con tutti ‘sti pezzi sparsi qua e là, mi sa che finiva male.

Del resto si sa, ogni cosa va presa a piccole dosi. A quanto pare anche lo svago.
Be’, per fortuna la settimana è stata corta e noi siamo gia fuori.

A pensarci adesso, però, che il sole finalmente mi scalda e Lou Reed canta Wagon Wheel mentre l’auto scivola via leggera, penso, bene esser precisi, eh, ma com’è bello, di tanto in tanto, lasciarsi andare e perdersi un po’… Ché per esser precisi abbiamo un intero anno, mentre questo, be’, non è che all’inizio.

il Venerdì _ 03

Da che mondo è mondo il Natale è tempo di famiglia, di casa. Un tempo prezioso di raccoglimento e condivisione, che per qualcuno, ahimè, dura un po’ più degli altri. Dico ahimè perché io non sono tra quei fortunati.

Stamani il signor Carlo mi ha chiesto cosa ci facevo a lavoro. Invece di essere nei mari del Sud, ha detto. Bella domanda, caro mio. Be’, sono certa che prima o poi arriveranno anche quelli, i caldi mari del Sud, ma intanto quest’anno il mio Natale è durato il minimo sindacale. Tre giorni e via, una pedata in culo e di nuovo in ufficio. Del resto, cosa posso pretendere? Mica ho il marito in ferie o dei figli che mi trattengono a casa, io.

Chiariamoci, di persone care là fuori ne ho diverse anch’io, come diverse sono le occasioni di ferie durante l’anno, ma in certi periodi, si sa, esistono delle priorità. E così, durante le feste, noi trentenni smaritate e senza prole ci ritroviamo a godere delle famiglie degli altri.

La cosa tutto sommato non è poi così male. Se potessi scegliere me ne starei volentieri altrove, ovvio, ma anche qui in studio c’è di che divertirsi. Ci sono padri che accompagnano i figli. Mariti e mogli, che arrivano insieme sorridenti. Nipoti pestiferi inseguiti da nonni sfiancati. E poi ci sono loro, che non è un loro generico, ma un loro ‘loro’: quella madre e quella figlia che ieri pomeriggio si sono poggiate al banco della segreteria.

Per quella adolescente svogliata ho tirato fuori un preventivo pieno di otturazioni, che più che un preventivo alla fine sembrava un campo minato. Lei, lì ad osservarmi, lunghi capelli castani e un bel che cazzo vuole ‘sta stronza stampato sul viso. Anche niente, guarda, ma vaglielo un po’ a spiegare che se sono lì è solo per lavoro. Vabbe’…

Quando non mi guarda in cagnesco, ridacchia assieme allo spilungone che le sta di fianco, che la bacia e le sta così addosso, ma così addosso, che dico io, anche meno ragazzi va bene lo stesso. Mica per me, eh, quanto per quella povera donna che se ne sta lì accanto in silenzio, ma è chiaro che se potesse parlare avrebbe di che dire a entrambi.

Cosa ridi?
È l’unica cosa che riesce a buttar fuori. Il minimo, visto quello che ha appena scoperto di dover pagare per i denti della figlia. Ma la ragazza non fa una piega, si scosta giusto un attimo dallo spilungone e le lancia lì un bel Ma non mi rompere il cazzo!
Ah però… hai capito la sedicenne?!

Non faccio in tempo a riprendermi da questa sberla, che la donna si avvicina alla figlia e con un filo di voce le dice Stronza.
Ma la figlia continua a ridere, così la donna ribadisce. Stronza, dice e lo dice un altro paio di volte. Giusto per essere sicura che il messaggio arrivi a destinazione, ché con tutti ‘sti francesismi sia mai che la ragazza stenti a capire.

Il silenzio che segue è imbarazzante. Non tanto per loro, quanto per me, che nonostante gli sforzi non riesco proprio a cogliere il senso di famiglia, l’amore che vibra nell’aria, il Natale con cui tutti si riempiono volentieri la bocca, le lucine, i panettoni… ma del resto, cosa diavolo ne posso sapere io?

È che il mondo va avanti, ecco cosa, mentre io temo d’essere rimasta un po’ indietro, e per riuscire a coglierlo, l’amore dev’essere come quello dei vecchi tempi. Quello che si trovava nei piccoli gesti, nelle parole gentili. Quello del signore dell’altro giorno, ad esempio. Cappello da marinaio e barba ingiallita dal fumo. Aspetto un po’ rude, ma lo sguardo era di quelli buoni. Al suo fianco, la figlia di quarant’anni, che dopo essersi un po’ trascurata ha deciso di rimettersi in pista.
Il babbo le fa da supporto, ricorda gli appuntamenti, la spinge a far le cure. Gnamo, ormai che siamo qui, dice, oh falla! E in un gesto dolce e sicuro, le sistema la sciarpa che sta per cadere.
Che aiutante prezioso, mi son permessa di dirle. Ehhh! Ha sorriso lei. Lo stesso ha fatto lui: Che vuoi, ha detto poi, a me mi sembra l’abbia sempre dieci anni. Mi pare d’accompagnalla a scuola.

E l’ha detto in un modo, ma in un modo, che in un attimo l’aria intorno si è inzuppata di tenerezza. Ed io, be’, sarà stato il Natale, le lucine, forse il panettone, ma mi ci son tuffata proprio volentieri.
Splash e via, alla faccia del mondo che va avanti!

il Venerdì _ 02

Ancora quattro giorni e sarà Natale, finalmente.
Non l’attendevo così dai tempi in cui con mio fratello ci svegliavamo all’alba per correre in salotto e vedere cosa ci aveva portato Babbo Natale.

Adesso che sono grande non mi aspetto regali, ma soltanto che i telefoni al poliambulatorio smettano di squillare per un po’ e che il campanello faccia lo stesso.
Sogno una tregua, uno stop.

Ma fino ad allora c’è da darsi un gran da fare. Ci sono i conti da chiudere, le scadenze del fine anno. C’è da correre, insomma, ed io che di tempo per andare in palestra non ne ho, be’, ne approfitto e corro in ufficio, sebbene il più delle volte finisca per farlo sul posto, ché la superficie a Risana è quella che è.

Anche correre sul posto però è una gran fatica. Saltare da una cosa all’altra, il più delle volte da una persona all’altra.
Ieri ho saltato così tanto che a sera facevo fatica a reggermi in piedi. Così, quando la mia collega mi ha detto Mi chiedo cosa ci fai qui, in questo caos, tu che dovresti scrivere, trovare la tua dimensione…, ho temuto davvero di far cencio e cadere per terra. SBAM!

Invece sono rimasta in piedi, col desiderio di tornare d’un botto a quando avevo vent’anni. Non per far scelte diverse o rivedere i miei piani, sia chiaro, ma per sentirmi come quando il sabato sera, con gli amici, partivamo in banda per andare alla Flog. La musica rock nelle orecchie, un Negroni in mano e la mente sgombra delle sovrastrutture in cui mi sarei imbattuta negli anni a venire.

Chi se lo poteva immaginare, allora, che un giorno mi sarei ritrovata a dover spiegare a qualcuno il perché del mio semplice lavoro di segretaria?
Son cose che a pensarci, oh, mi si annebbia il cervello.
Tre, due, uno: buio.

Pensare che al buio, questa settimana, ci sono rimasta davvero.
È stato un attimo e i fari della mia auto sono morti, andati. Senza avvisare, ovviamente, ché se una cosa deve accadere, si sa, accade all’improvviso e sempre a ridosso delle feste.
Be’, per fortuna c’ha pensato Elio, che poi sarebbe mio babbo. Io non so come faccia, ma quando gli chiedo una cosa, oh, un attimo dopo l’ha già fatta. E infatti si è presentato in studio con le chiavi della mia auto in mano e un sorriso stampato in viso. Fatto, ha detto, e se n’è andato.

A lui non ho mai dovuto spiegare perché, invece di ambire a chissà che posizione, son qui a fare la segretaria. Magari avrebbe preferito diventassi medico o avvocato, ma conoscendolo sono certa che sia contento anche così, con una figlia segretaria di giorno e scribacchina di notte. L’importante è essere svegli, ecco cosa direbbe.

Se amo ciò che faccio lo devo anche a lui, instancabile lavoratore. Quindi lo ringrazio, per l’esempio e per aver alleggerito con due lampadine nuove la mia settimana.

A pensarci bene, ad alleggerirla sono stati in diversi. Allora sarà che a Natale siamo tutti più buoni, o che a forza di buttar giù cioccolati, lo zucchero m’ha dato alla testa, ma li voglio ringraziare tutti. A partire da Diano per l’olio nuovo. Grazie, si. A lui e anche a Giovanni e Gloria, per il caffè di metà mattina; alla Mau per gli sforzi condivisi e a Teresa, che finalmente ha imparato ad alzare la voce. Daje!
Grazie ad Antonietta, per avermi parlato del suo pizzicore al cuore nell’attesa che arrivi il primo nipotino, e a Piero, che ha chiamato stamani solo per fare gli auguri. A Vanna, Marcello e agli altri, per tutti i dolciumi… seguiranno chili in più e carie, ma chissene!

Un grazie lo devo anche alle mie amiche, che nonostante la mia stanchezza hanno comunque provato a portarmi fuori infra settimana; e a mio fratello, per aver condiviso con me il suo 30 all’esame di storia. Concludo con un grazie speciale, che non potrebbe non andare a Francesco e al suo <Ceniamo insieme stasera?>

Potrei ambire a qualcosa di meglio, certo, ma tutto sommato, anche così, la vita non è affatto male.

E ora, be’, non mi resta che augurarvi buon Natale!

il Venerdì _ 01

Il Natale è alle porte.
A ricordarmelo sono le luci colorate del piccolo albero in sala d’attesa, assieme alla playlist di Spotify, che da qualche giorno non fa altro che rimbalzare da Jingle Bell Rock a Last Christmas. Passando ovviamente da Let It snow! Let It snow! Let It snow!, che a forza di insistere, oh, è andata a finire che la neve è arrivata sul serio.

Per il resto, questo Natale mi sembra ancora un miraggio.
Lontano. A tratti irraggiungibile.
Mi piacerebbe poter dire di sentirlo nell’aria, nel profumo di pungitopo o in quello di un panettone appena uscito dal forno, ma ahimè, il più delle volte la realtà non è affatto all’altezza delle aspettative. E così, il Natale tocca coglierlo nel telefono che squilla senza tregua e nei miei passi svelti, ma così svelti, che se ci penso, quasi quasi l’anno prossimo mi candido come aiutante di Babbo Natale.

Ma ora basta lamentarsi! Ché il lamento, si sa, spegne il cervello, mentre invece il cervello andrebbe tenuto sempre ben acceso, soprattutto in periodi come questo, di temperature sotto zero e sistema immunitario che vacilla.

Tenersi su, ecco cosa bisogna fare.
Lo sa bene Eraldo, che l’altro giorno è passato allo studio per portarci una scatola di cioccolatini. Lo stesso ha fatto la Lia. Tieni chicca, ha detto, ché ne avete bisogno. E io lì, sorridente, a chiedermi, ma si vede così tanto? Chissà se il peso di questi giorni mi si legge più in viso o nei capelli arruffati?

È che la vita va combattuta.
Me l’ha detto l’altro giorno un paziente, e visto l’andazzo, be’, non posso che dargli ragione.
Una lotta continua, a tratti estenuante. Ma non c’è da temere, ché le forze per poterla affrontare ce le abbiamo. Ci sono state date, ha detto lui, e l’ha detto guardando con fiducia all’insù, nell’alto dei cieli, mentre il mio sguardo si andava a rifugiare tra i cioccolatini.

Che dire? Ognuno trova le forze dove crede.
E poco importa se le mie gambe non sono più scattanti come una volta, se gli addominali mi hanno detto addio e son partiti per un viaggio di sola andata. L’animo resiste agli scossoni e le spalle sono belle larghe. Anche se, a forza di combattere a suon di cioccolata, ho come il sospetto che presto il mio sedere farà la stessa fine delle spalle…

Ma del resto, cosa ci posso fare?
La dobbiamo combattere o no ‘sta vita!?

il Venerdì _ 00

Di venere e di marte né si sposa né si parte, né si da principio all’arte.

Già! Me lo ripeto da tutta una vita. Quella che sta per concludersi, però, è stata una settimana strana. Forse sarebbe meglio dire assurda. Si, assurda, ma così assurda, che penso sia esattamente la settimana giusta per dare il via a qualcosa proprio di venerdì.

Sarà l’incalzare dei giorni e la fine dell’anno che si fa sempre più vicina, o forse l’approssimarsi del Natale, che ogni anno porta con sé ansie e corse al regalo dell’ultimo minuto. Chissà… quel che è certo è che la gente sta impazzendo e sebbene sembri impossibile andare oltre il limite raggiunto, questo periodo dell’anno è solito riservare a riguardo interessanti sorprese, ahimè non solo ben infiocchettate sotto l’albero.


Di gente bizzarra in giro ce n’è davvero tanta. Ne vedo un po’ ogni giorno, scontrosa, ironica, tenera da lasciar senza parole.
Si potrebbe pensare che la segretaria di uno studio medico passi le sue giornate a vedere sempre le stesse facce, a far sempre le stesse cose, a farsi due palle, insomma… invece le cose non stanno affatto così. Certo, avere a che fare con gli altri richiede spalle larghe e una bella pazienza, ma ci sono incontri capaci di ripagare gli sforzi.
Cosi ho pensato, perché non dar spazio a questi incontri? Ché in fin dei conti, nel frullatore inarrestabile  della quotidianità, sono ciò che fa la differenza. Raddirizzano una giornata storta, ad esempio, fanno riflettere o ti piegano in due dalle risate. Allora ho deciso, ne sceglierò uno a settimana: un incontro, una frase, uno scambio di battute, che a suo modo abbia fatto la differenza.

Parto con le migliori intenzioni e se poi non dovessi continuare, sarà stato perché di venere o di marte… be’, intanto penso a un buon inizio, che chi ben comincia, si sa, è a metà dell’opera. Così le prime parole sono quelle d’una collega, nonché preziosa amica, che a fine di una tumultuosa giornata di lavoro, ricca di stravolgimenti nell’assetto organizzativo, mi si è fatta vicina e ha detto: “Sai, di tanto in tanto la merda va fatta arieggiare, sennò va a finire che la unn’è mica bona a fare da concime”.

E allora sai icchè?
Arieggiamo!