Chefchaouen, 23 febbraio

Il tempo a nostra disposizione a Fes è finito, così salutiamo questa città che tanto ci ha insegnato, sgattaiolando via al buio, senza neanche far colazione.

Peccato, ché le colazioni da queste parti son davvero appetitose. Per fortuna però abbiamo ancora dei biscotti, che son certa ci faranno comodo lungo il tragitto. Chefchaouen infatti è a quattro ore di distanza, avoglia a buttar giù biscotti!

La strada per raggiungerla si snoda sinuosa tra distese di fichi d’india, ulivi, alberi da frutto. È un incessante susseguirsi di colline dove la natura cresce rigogliosa, che rivela un Marocco che non ti aspetti e che io non riesco a mollare neanche per un istante, felice che la vita abbia trovato anche oggi il modo di sorprendermi.

Le donne e gli uomini che si adoperano nei campi son vestiti di mille colori, ma tutto intorno a loro è tinto d’un verde brillante, che sotto il sole acceca e meraviglia. Un verde che un po’ alla volta sale su, verso il cielo, e d’un tratto si fa montagna.

È qui che si trova la famosa città blu del Marocco, Chefchaouen, il cui nome pare uno scioglilingua e infatti ogni volta che proviamo a dirlo, oh, chissà come ci scappa qualche vocale.

Ma per fortuna adesso ci siamo e di dirlo non abbiam più bisogno. Adesso c’è solo da tuffarcisi dentro, e allora, be’, se si tratta di questo, figuriamoci se ci tiriamo indietro. Così varchiamo Bab Souk e in un attimo tutto diventa blu. Le porte, le pareti, le strade… È un blu che non si può capire finché non ci si è dentro, fino a quando ne hai così pieni l’anima e gli occhi che ti viene da chiederti, non staremo mica diventando blu anche noi?

Francesco però è dello stesso colore di sempre. Torneremo a casa un po’ più colorati di quando siam partiti, questo è sicuri, ma ahimè, non saremo blu.

L’unica nota dolente di questo gioiellino incastonato nella roccia, son le decine di obiettivi e smartphone che si vedono spuntare ad ogni angolo. Evitarli è davvero un’impresa impossibile. Ci rassegnamo quindi a fare il giro del mondo in quegli scatti e a tirar dritto, ché s’è fatta una certa e ad aspettarci ci sono la tajine, i falafel e l’hummus, più buoni che abbiamo mangiato fino ad ora. I dolci, poi… ma che ve lo dico a fare?

Sulle montagne del Rif, però, il sole cala in fretta e a noi non resta che salire in cima ad una terrazza e stringerci l’un l’altro per salutare il giorno che finisce. Il buio sembra spazzar via ogni cosa, ma un po’ alla volta le strade tornano ad illuminarsi, proprio come gli angoli e le case… così, un attimo dopo, siam lì a tirare un sospiro di sollievo, ché sebbene il giorno sia finito, la città mica ci sta all’idea di chiuderla lì. Allora si mostra un’ultima volta e lo fa nel migliore dei modi: tornando ad indossare per noi il suo blu.

Autore: l_iRe

Segretaria di giorno, di notte scrivo. A trent'anni ho una doppia vita e a tratti ne azzardo una terza, tra amici, sogni, smarrimenti e amore... finché dura.

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