“In fuga con me stessa” su Biocaffeina

Oggi mi trovate su Biocaffeina.it , dove racconto la mia storia e parlo di In fuga con me stessa.

Grazie a Verusca e ai ragazzi di Biocaffeina per avermi riservato questo prezioso spazio e per tutte le storie che tra un sorso di caffè e l’altro ci regalano.

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il Venerdì _ 47

Oggi sono uscita, che bello!
E anche se la porta di casa si è aperta solo per andare a lavoro, be’, bello lo stesso!
Non avrei mai pensato che un giorno andare a lavoro avrebbe rappresentato l’unica occasione per prendere una boccata d’aria, rivedere prati verdi e svagarsi un po’. Invece… com’è che si dice? Nella vita mai dire mai.

Sebbene in molti si credano supereroi – intoccabili e in nessun modo vulnerabili davanti alle sfide che questa emergenza ci propina – sono certa che si stupiranno nello scoprire quanto la fatica e la pesantezza di questi giorni non facciano sconti a nessuno. Manco a loro, supereroi o presunti tali. Prima o poi, infatti, un piccolo cedimento arriva per tutti, ché per quanto siano luminose e ben agghindate le vostre case, oh, quatto mura son pur sempre quattro mura.

Io, ad esempio, in questi giorni ho iniziato a far strani sogni. Sogni a cui sebbene debba riconoscere una certa creatività, son così impegnativi da togliermi il sonno e da darmi la certezza che si, la vita normale inizia davvero a mancarmi.

Mi mancano le cene dai miei, le voci per strada, le lunghe camminate. Mi mancano addirittura le cose fastidiose, come la sabbia nel costume, la gente che salta la fila ed ora che son qui in autostrada, di ritorno verso casa, sarei capace di tirar dritto per spararmi un panino mal scaldato e un po’ stantio in un autogrill in culo al mondo al modico costo di 7,50€. Cose che un tempo avrei di sicuro mal sopportato, ma che adesso mi fan pensare ad una sola cosa: libertà.

Ah, quanto mi manca tutto questo…
Ma tranquilli, non farò alcun tuffo in mare né mangerò panini – per lo meno non in autogrill. Esco alla mia uscita e filo dritta a casa.

Già, perché se c’è una cosa che in questo delicato momento il mio lavoro riesce a garantirmi – per quanto vada a rilento – è un prezioso e sempre attento sguardo sul mondo della salute.
Chiariamoci, noi non siamo né in un pronto soccorso né in una terapia intensiva – il merito dell’essere in prima linea lo lasciamo ad altri: medici, infermieri, volontari… – ma le informazioni ci arrivano eccome; ci arrivano da amici e colleghi, persone autorevoli, che in prima linea ci son davvero e che non fanno altro che ripetere che non possiamo in alcun modo permetterci di abbassare la guardia, neanche adesso che l’aria profuma di primavera e in cielo splende un bellissimo sole.

Quindi filo dritta a casa e dopo cinque ore di lavoro – che chissà come son sembrate esser molte ma molte di più – magari mi sparo un panino, comodamente seduta sul divano e con vista Settignano, come sempre da un mese a questa parte.

Lo faccio per me, certo, ma anche per coloro a cui voglio bene e anche per quelli che questa mattina, a lavoro, m’è capitato di sentire e che senza accorgersene, oh, son stati capaci d’infondermi una tale fiducia nell’altro che mi son detta, qua bisogna tenere duro, bisogna continuare ad impegnarci, nonostante la voglia di fuggire ed il sonno che inizia a mancare.

Non avrebbero potuto farmi un regalo più bello: fiducia, finalmente, e un po’ di misura – roba davvero rara per questi tempi in cui chissà perché in giro sembrano tutti medici, politici, economisti… Invece, oh, con un po’ di gentilezza, Gino e la signora Alma stamani son riusciti a darmi una bella scaldata al cuore. Il primo chiamando in studio per sapere come stavamo, tutti, e per chiedere “Com’è che posso fare per versare il mio acconto? Avevamo concordato che avrei pagato la mia quota a fine marzo, ma col fatto che non posso uscire di casa…”. La seconda, ripetendo a gran voce nella cornetta “Forza, eh! Coraggio!”.

Una roba che me li ha fatti sentire così vicini, così partecipi, che d’un tratto mi son ritrovata come stretta in un abbraccio, di quelli che ti bloccano le spalle e tu non puoi fare altro che sorridere.

Per gli abbracci, intendo quelli veri, ahimè, dovremo aspettare ancora un po’. Bisogna essere attentissimi, mi ha detto oggi Daniela – e se lo dice lei che è un medico non posso fare altro che darle retta – ma positivi. E l’ha ripetuto un paio di volte: attentissimi, ma positivi, ché l’esser positivi, si sa, aumenta le nostre difese.

Allora avanti, attentissimi ma positivi. Fosse mai che da tutto ‘sto casino non se ne esca anche migliori. L’ultima volta che m’è capitato di pensarlo ho visto orde d’italiani saltar giù dal letto in piena notte per spostarsi da nord a sud, alla faccia del buon senso e dei divieti, allora mi son ripromessa di mettere a tacere tali speranze. Ora che son qui, però, seduta a gambe incrociate sul mio divano, le parole della Dani mi risuonano in mente come un mantra: attentissimi ma positivi, attentissimi ma positivi, attent… Oh, non se ne vogliono andare via più, tanto che mi viene da pensare, chissà che alla fine non se ne esca davvero migliori.
Del resto, com’è che si dice?
Nella vita mai dire mai.

Attentissimi ma positivi, attentissimi ma positivi, attentissimi ma positivi…… Om…..

il Venerdì _ 46

Nei giorni passati ho provato più volte a concentrarmi, a chiudere gli occhi e a sputar fuori qualche pensiero che avrei messo nero su bianco e poi, taaac, ecco fatto il Venerdì.

Invece niente.
Niente nero su bianco, niente taaac e soprattutto niente Venerdì.
Son tre settimane che va avanti così. Tre settimane.

Badate bene, non che in questi giorni nella mia testa ci sia stato silenzio. Tutt’altro. C’erano – e ci son tutt’ora -, infatti, un sacco di voci, ognuna a suo modo più o meno ragionevole, che però si accavallavano l’una sull’altra impedendomi di tenere il filo del discorso. E così, dopo qualche minuto, perdevo inevitabilmente il senso del mio scrivere, presa com’ero a fare la lotta con un altro paio di pensieri.

Allora ho alzato bandiera bianca.
Basta scrivere, basta provarci. Se proprio vuoi scrivere, mi son detta, scrivi di altro. Oppure datti alla cucina, come la gran parte degli altri là fuori… o forse dovrei dire là dentro?
Vabbè, ci siam capiti…

Per qualche giorno l’ho fatto davvero. Ho raccolto tutto il mio entusiasmo e mi son data in pasto ai fornelli, alla tv, a qualche pagina di libro… E m’è parso anche di cavarmela bene, con tutta quella roba lì. Poi però quando meno me l’aspettavo, ‘sta storia del Venerdì è tornata a farsi viva, ché io, seppur a ritmi molto ridotti, in questi giorni a lavoro ci son stata eccome. E quindi Toc toc.
Anzi, toc tooc toooooc
Allora ho pensato fosse il caso di concedermi un po’ della comprensione che in genere riservo agli altri, dicendomi che in fondo, in una fase di totale incertezza come quella che stiamo vivendo, perdersi un attimo è più che normale, ma non per questo bisogna arrendersi.

Quell’attimo, lo ammetto, va avanti ancora adesso che son finalmente tornata a scrivere. Non so quanto di sensato verrà fuori, ma di sicuro già l’idea di farlo mi fa stare bene.
Tra i miei piani ci sarebbe quello di dar voce a coloro che seppur a distanza mi son stati vicini in questi giorni. Ai pazienti, che in gran parte han capito le limitazioni che ci siamo imposti e sono stati i primi a voler rimandare gli appuntamenti non urgenti. Be’, ad essere sincera c’è stato anche chi ha dimostrato di non aver ancora afferrato la gravità della cosa, gridando per telefono, ad esempio, che se il figlio ha una scheggiaturina nell’apparecchio, oh, bisogna assolutamente che qualcuno lo veda. Ma noi alla fine non l’abbiam visto, ché bella mia, non è che se gridi di più va a finire che ti diamo retta. Qua la situazione è seria. Seria sul serio. E anche le emergenze van valutate con serietà.

Per questo dico grazie anche a quei preziosi colleghi che si son fatti vivi, a coloro che ci sono stati – fisicamente e non -, stringendosi intorno ad una realtà che fino a pochi giorni fa per molti di noi era quasi una seconda casa, piena di gente, di voci, di vita, mentre ora vediamo vuota e silenziosa come non mai.

È un silenzio che se solo ci penso mi si dilania lo stomaco, quasi quanto aver visto la Mau, ieri, con le lacrime agli occhi perché avrebbe tanto voluto abbracciarmi, e invece…

Mi chiedo quando tutto questo finirà, quando la sala d’attesa tornerà a pullulare di gente ed il telefono a snervarmi col suo trillare incessante. Non vedo l’ora di tornare a quella fottuta normalità, che un tempo m’è capitato anche di mal sopportare mentre adesso spero solo che torni al più presto, insieme agli abbracci, ai dolci disseminati in ogni dove, alle risate e perché no, anche alle incazzature. Visto che ci siamo, infatti, mi par giusto non farsi mancare nulla!

Se vogliamo che tutto questo torni presto, però, dobbiamo starcene tutti a casa.
A CASA. Capito?!
Perché se non lo faremo, intendo sul serio, ci ritroveremo tra qualche settimana a chiederci, chissà quanto ancora dovremo restar sospesi in questa assurda situazione?
Ma soprattutto, cari miei, al di là di quello che ci piace ripetere dando sfogo ad un’istintiva quanto insensata fiducia, se non lo facciamo subito, se non iniziamo cioè a prendere sul serio questa situazione, be’, col cazzo che andrà tutto bene.

Quindi facciamoci tutti una grande cortesia, #stiamoacasa.

Punto.

Milo Manara

Marocco, 27 febbraio

Questa mattina le strade della Medina di Essaouira erano avvolte in uno strano silenzio. In giro poche facce, ché i pescatori a certe ore del mattino sono ancora in mare. E così, a farci compagnia non c’erano altro che il rumore delle onde, intente ad infrangersi sugli scogli oltre le mura, ed i gabbiani, instancabili, che volteggiavano nel cielo in cerca di cibo.

Insomma, i nostri ultimi passi in Marocco li abbiam mossi in una città assonnata più o meno quanto lo eravamo noi, in preda ad uno stordimento che ci avrebbe impedito di ricordare persino che giorno era, se solo non fosse stato quello in cui dover fare lo zaino e ripartire.

Di questi luoghi e di questi giorni mi mancheranno un sacco di cose: le msemmen unte a colazione, il canto del Muezzin, il tè alla menta, i gatti un po’ dappertutto, l’aroma dei fiori d’arancio… Oh, neanche il tempo di salire sull’aereo che già mi han preso a girare in testa certi pensieri, come se gli incontri, i luoghi ed i 1941 chilometri percorsi in lungo e largo alla scoperta di un Paese dai mille volti, fossero già un ricordo lontano.

Del resto, si sa, per quanto l’ultimo giorno possa sembrar distante, alla fine riesce sempre a sorprenderti alle spalle e ad arrivare prima di quanto avresti voluto, portando con sé un misto di emozioni. E così, sebbene i nostri corpi siano ancora qui, sotto questo caldo sole, i pensieri sono già altrove, rivolti a ciò che sarà una volta tornati a casa.

Mi chiedo se riusciremo a tener ben stretto tra le dita quello che abbiamo vissuto, se saremo capaci di tenere fede alle buone abitudini che questo viaggio ci ha trasmesso o se invece in una manciata di giorni torneremo ad essere ciò che eravamo prima di partire. Ma detto tra noi, a ‘sta roba qui, adesso mica ci voglio pensare, ché per quanto l’ultimo giorno si diverta a volerci a tutti i costi riportare con i piedi per terra, io per aria ci sto così bene.

Allora chiudo gli occhi e penso ai tanti attimi di felicità che mi hanno regalato questi giorni, semplici, inaspettati, meravigliosi. Sento due dirham nella mano, il sapore dolce d’una ciambella che lascia lo zucchero tra i denti.
E in mezzo ad un souk affollato vedo noi che ridiamo, ché anche se quest’avventura è agli sgoccioli, siamo già pronti a chiederci, chissà, la prossima, dove ci porterà?

Essaouira, 26 febbraio

Se solo potessi scegliere come svegliarmi ogni giorno, vorrei che fosse esattamente come oggi: con gli occhi che si aprono un po’ alla volta e Francesco accanto a me, che ancora se la dorme beato.

Oggi non dobbiamo correre da nessuna parte ed è una cosa da non credere, visto come sono andati gli ultimi giorni. Ma invece è tutto vero: non ci son né taxi né aerei ad aspettarci, e nemmeno bus. Be’, a dirla tutta c’è una terrazza, ma per quella ce la caviamo con una rampa di scale, che val davvero la pena di salire visto che una volta arrivati su, ci troviamo davanti l’oceano.

Anche se son le prime ore del giorno, il vento ha già preso a soffiare. Del resto, si sa, da queste parti il vento non guarda in faccia nessuno, ti arruffa i capelli a tutte le ore e ti profuma la pelle di sale. Così, dopo i fiori d’arancio abbiam provato pure questa. Tiè!

Quanti sapori questa terra…
A noi, abbiam scoperto, piacciono un po’ tutti. Per questo oggi abbiamo deciso di trascorrere la giornata girovagando senza meta nella Medina, tra mandorle, datteri, ciambelle allo zucchero e ogni altro tipo di prelibatezza. I banchi ne sono letteralmente pieni e noi ne buttiam giù di ogni senza tirarci indietro. Fosse mai che torniamo a casa perdendoci qualcosa!

Ma ahimè, temo che nonostante tutti gli sforzi qualcosa finirà inevitabilmente per sfuggirci. Queste mura, infatti, racchiudono così tante persone, aneddoti, storie… che sarebbe difficile riuscire a conoscerli tutti. Le persone, infatti, non son mica come i datteri, che ti si sciolgono in bocca e via.

Per certe cose occorre tempo. Quello a nostra disposizione, però, ci sta sfuggendo tra le mani, allora non resta che stringere le dita sperando di conservarvi più sorrisi possibili, assieme alle parole gentili e anche a quelle incomprensibili, che però suonavan così bene da esserci comunque piaciute. Sulla fiducia, proprio.

Queste antiche mura risuonano di musica, la stessa che colora le vie assieme agli enormi tappeti. Ed è proprio con questa musica in testa ed il vento che ci sbatte, che usciamo dalla Medina per raggiungere la città nuova e la spiaggia. Là ci son ragazzi che giocano a pallone, gente che cammina sulla sabbia e poi ci sono loro, i dromedari, giunti fin qui dal deserto. Si spostano da una parte all’altra lentamente, con l’andatura di chi se ne frega di ciò che gli sta intorno ed ama farsi i fatti suoi. Staccargli gli occhi di dosso è davvero impossibile. Siamo come ipnotizzati, dal loro oscillare e da quelle ombre, che si allungano sempre più sulla sabbia, come in una danza silenziosa che segna la fine del giorno e azzera i nostri pensieri. Così restiamo lì, seduti l’uno accanto all’altro, insieme, ma ognuno chiuso nel proprio silenzio, con lo sguardo perso in avanti ed in testa lo stesso identico pensiero: ma loro, quanto sono belli!

Agadir-Essaouira, 25 febbraio

È inutile negarlo, per quanto ami girovagare da una parte all’altra, questi ritmi iniziano a pesarmi. Ieri, ad esempio, ero talmente stanca e stordita che ho messo la sveglia un’ora dopo rispetto all’ora prevista. Una cosa mica da poco, eh, ché c’è mancato tanto così che rimanessimo a Tangeri. Per fortuna, però, le cose sono andate diversamente e se questo è accaduto lo devo prima di tutto a Francesco, che a un tratto m’ha fatto: Ma non avevamo detto 4.45, perché il mio orologio segna le 5.45?
Secondo di poi, lo devo al tassista, che invece di andarsene, come i più avrebbero fatto dopo mezz’ora di ritardo, ci ha comunque aspettati in Place du 9 Avril. Be’, detto tra noi,stamani ci hanno aspettato un po’ tutti, anche la cameriera del Dar, che nonostante fossero le cinque del mattino si era alzata apposta per prepararci una colazione coi fiocchi. Peccato non averla manco vista, presi com’eravamo a fiondarci giù per le scale con lei alle spalle che ci seguiva tenendo in mano due bicchieri di tè alla menta. Au revoir, Adios… Mentre fuggivamo le abbiam detto di tutto. Io le ho addirittura mandato un bacio con la mano, grata e mortificata allo stesso tempo. Chissà, se almeno quello l’avrà capito…

È proprio vero, ogni luogo ti lascia qualcosa. Non fa eccezione neanche Tangeri, che saluto con una corsa forsennata che sega le gambe ed un fiatone che metà basterebbe.

Per fortuna di tempo per riprendersi ce n’è in abbondanza ed è quello che impieghiamo per raggiungere Essaouira, passando da Agadir, perché se non si fosse ancora capito, a noi le cose facili non piaccion mica tanto.

In ogni modo, spingersi così a sud ci permette di vedere un nuovo e diverso angolo di questo Paese, dove i dromedari girano indisturbati, ed il colore della terra oscilla tra l’arancio e il rosso. È un colore che via via che risaliamo, da intenso si fa sempre più tenue fino a confondersi con quello del mare.

Anche noi amiamo mescolarci con questo elemento, è il motivo per cui abbiamo deciso di fare tappa ad Essaouira, un piccolo villaggio che si affaccia sull’oceano e che dall’oceano trae la sua maggior fonte di sostentamento: il pesce.

I banchi dei pescatori, al porto, ne sono letteralmente strapieni e nessuno si risparmia una visita. Ci son bambini entusiasti, adulti curiosi, poi ci sono quelli esperti, assieme ad una miriade di gabbiani… e in mezzo a tutto ‘sto marasma ci siamo noi, che scegliamo un po’ di pesce fresco, c’è lo facciamo grigliare, e poi lo mangiamo direttamente sul porticciolo. E rigorosamente con le mani, eh, ché da queste parti si usa così.

A quanto ci han detto si usa anche salir sulle terrazze all’ora del tramonto. Non saremo certo noi, quindi, a tirarci indietro, così ne scegliamo una sopra il vecchio forte e stretti nelle felpe seguiamo il discendere di quella perfetta palla rossa. Come spesso accade, l’attesa è più lunga del fatto in sé, ma vale comunque la pena.

Una manciata di minuti dopo è già scesa la sera. Be’, ancora un po’ e sarà domani e finalmente non avremo alcuna sveglia da mettete.

Tangeri, 24 febbraio

Quando il gallo canta vuol dire che il giorno è appena iniziato. Così stamani ci siamo affidati a lui. O forse dovrei dire a loro, visto che alle sette Chefchaouen risuonava di chicchirichì in ogni dove.

A parte questo, silenzio totale. Così ci siam seduti un attimo a goderci quella pace, a riempirci per l’ultima volta gli occhi di blu, per poi riemergere, pronti a spingerci sempre più su, fino a raggiungere il mare.

In effetti quello di Tangeri è il primo mare che vediamo in Marocco ed è un mare magico, perché è un attimo e, da daaaaaan, ci mostra anche la Spagna, così vicina da poterla quasi toccare.

Dopo giorni di solo entroterra, il sole che brilla sul mare è una visione che ci entusiasmo, ma il tutto dura si e no cinque minuti. Abbandonata l’ampia strada sulla costa, infatti, si entra nella Medina, che per quanto piccola sia, qua a Tangeri è un vero labirinto.
In giro non si vede nessuno e i pochi che incontriamo, oh, parlan tutti arabo e non c’è verso d’intendersi. Poi però un signore ne chiama un altro, che dice qualcosa d’incomprensibile ad un altro poco più in là. Allora al gruppetto si aggiunge una donna, che a sua volta ne chiama altre due e così, quando ormai avevamo perso le speranze, una grande catena umana ci conduce al Dar dove passeremo la notte. Alè!

Da quando siamo in Marocco non c’è stata una sola persona che non sia stata gentile con noi. Una gentilezza, la loro, di quelle che va ben oltre la formalità, di quella che viene fuori spontanea, ed è un qualcosa che apprezzo davvero molto, soprattutto quando sento che lo zaino inizia a pesare troppo ed io son lì lì per esplodere. Tre, due, uno… Ma per fortuna, be’, pericolo scampato.

Con un buon caffè le cose sembrano andare ancora meglio. Un caffè, si, perché per quanto si parli arabo e si veda in giro qualche ciuffo di menta, da queste parti l’aria che si respita è decisamente più europea che altrove; proprio come la gente seduta nei caffè, sputata fuori da qualche enorme nave da crociera per una manciata d’ore.

La Medina, a Tangeri, si trova incastonata nella città nuova, decisamente più rumorosa e affollata. Vale comunque la pena vederla, pensiamo, così camminiamo un po’ sulle tracce degli scrittori della Beat Generation, tra clacson e macchine parcheggiate ovunque. Ma ad un tratto sento di essere di nuovo a un passo del cedimento. Mi chiedo dove sia finita la pace di Chefchaouen, il suo distensivo blu. Tangeri m’indispone: ho caldo, freddo, poi torna a farmi caldo… ma soprattutto, adesso che son quasi le tre, ho fame.

Così, un po’ per caso, entriamo in un locale dove la voce di Julio Eglesias in filodiffusione scalda l’atmosfera. Ve l’ho detto, qua siamo praticamente in Spagna, ma le persone ci tengono a ribadire la propria unicità e infatti ci servono la sangria marocchina, un delizioso mix di frutta così energetico da fare miracoli. L’ideale per darmi il là e tuffarmi in un’appetitosa zuppa di pesce senza nemmeno passare dal via.

A forza di buttar giù mestolate, la finisco, e quasi prima di Francesco. Mai successa una cosa simile. Lui mi guarda, non riesco a capire se sia più incredulo o felice, ma credo la seconda, ché alla fine s’è risparmiato un’esplosione anche stavolta. E così, mentre mi pulisco la bocca e Julio Eglesias è ancora lì che canta, penso, che momenti alti ci sta regalandi questa città. Altissimi, proprio.

Chefchaouen, 23 febbraio

Il tempo a nostra disposizione a Fes è finito, così salutiamo questa città che tanto ci ha insegnato, sgattaiolando via al buio, senza neanche far colazione.

Peccato, ché le colazioni da queste parti son davvero appetitose. Per fortuna però abbiamo ancora dei biscotti, che son certa ci faranno comodo lungo il tragitto. Chefchaouen infatti è a quattro ore di distanza, avoglia a buttar giù biscotti!

La strada per raggiungerla si snoda sinuosa tra distese di fichi d’india, ulivi, alberi da frutto. È un incessante susseguirsi di colline dove la natura cresce rigogliosa, che rivela un Marocco che non ti aspetti e che io non riesco a mollare neanche per un istante, felice che la vita abbia trovato anche oggi il modo di sorprendermi.

Le donne e gli uomini che si adoperano nei campi son vestiti di mille colori, ma tutto intorno a loro è tinto d’un verde brillante, che sotto il sole acceca e meraviglia. Un verde che un po’ alla volta sale su, verso il cielo, e d’un tratto si fa montagna.

È qui che si trova la famosa città blu del Marocco, Chefchaouen, il cui nome pare uno scioglilingua e infatti ogni volta che proviamo a dirlo, oh, chissà come ci scappa qualche vocale.

Ma per fortuna adesso ci siamo e di dirlo non abbiam più bisogno. Adesso c’è solo da tuffarcisi dentro, e allora, be’, se si tratta di questo, figuriamoci se ci tiriamo indietro. Così varchiamo Bab Souk e in un attimo tutto diventa blu. Le porte, le pareti, le strade… È un blu che non si può capire finché non ci si è dentro, fino a quando ne hai così pieni l’anima e gli occhi che ti viene da chiederti, non staremo mica diventando blu anche noi?

Francesco però è dello stesso colore di sempre. Torneremo a casa un po’ più colorati di quando siam partiti, questo è sicuri, ma ahimè, non saremo blu.

L’unica nota dolente di questo gioiellino incastonato nella roccia, son le decine di obiettivi e smartphone che si vedono spuntare ad ogni angolo. Evitarli è davvero un’impresa impossibile. Ci rassegnamo quindi a fare il giro del mondo in quegli scatti e a tirar dritto, ché s’è fatta una certa e ad aspettarci ci sono la tajine, i falafel e l’hummus, più buoni che abbiamo mangiato fino ad ora. I dolci, poi… ma che ve lo dico a fare?

Sulle montagne del Rif, però, il sole cala in fretta e a noi non resta che salire in cima ad una terrazza e stringerci l’un l’altro per salutare il giorno che finisce. Il buio sembra spazzar via ogni cosa, ma un po’ alla volta le strade tornano ad illuminarsi, proprio come gli angoli e le case… così, un attimo dopo, siam lì a tirare un sospiro di sollievo, ché sebbene il giorno sia finito, la città mica ci sta all’idea di chiuderla lì. Allora si mostra un’ultima volta e lo fa nel migliore dei modi: tornando ad indossare per noi il suo blu.

Mellah _ Fes, 22 febbraio

La bella Fes ci ha trasmesso un tale relax da spingerci a non mettere la sveglia, ma a fare sì che a svegliarci questa mattina fosse il sole, entrando in punta di piedi attraverso i vetri colorati delle finestre.

È un sole, questo, che quando dice di picchiare picchia sul serio, eh, ma per fortuna a placare la sua foga ci pensa il vento che soffia dell’Alto Atlante e rende l’aria una meraviglia. E così, in un attimo siamo fuori.

L’idea iniziale è quella di camminare fino al quartiere ebraico, poi si vedrà. Al solito, però, le cose van tutte per un altro verso. Prima di arrivare al Mellah, infatti, la nostra attenzione ed i nostri passi si perdono un po’ ovunque. Ma poco importa, perché quell’ovunque sono luoghi, attimi, persone… Son bambini che gridano e scorrazzano per le strade, gentili signori che ci indicano la via e giovani studenti, che stan fuori dalla scuola a ridere e a far merenda, un po’ come facevamo noi a Incisa quando c’era l’Elvira, solo che qui al posto della schiacciata hanno pita e zuppa di legumi.

È proprio vero: tutto il mondo è paese. E forse è anche bello così, ritrovar se stessi altrove.

Poi, be’, c’è chi invece di ritrovarsi si perde ed è Francesco, che da qualche giorno ha iniziato a profumare di fiori d’arancio. Ma questo è il meno. Ieri sera, infatti, l’ho visto bere una limonata per aperitivo e cenare con un piatto di frutta. Ed è stato allora che mi son proeccupata, ché è vero, viaggiare ti cambia, ma mica fino a questo punto.

Quando però oggi l’ho visto nel souk della Medina, che addentava con soddisfazione un panino bisunto, ho finalmente tirato un sospiro di sollievo: è ancora lui, grazie a dio!

E menomale, dico io, ché a me lui piace così com’è, assorto come me nei suoi pensieri, mentre mi sta accanto su strade intricate, sempre più in discesa. E noi scendiamo, scendiamo… Scendiamo fino Place Seffarine, dove un’intima terrazza permette ai nostri sguardi di perdersi sulla città anche dall’altro, tra i verdi tetti delle moschee che spiccano sul bianco d’intorno.
Dal basso si sentono martelli battere sul rame. Sono i fabbri, che sebbene si muovano ognuno ad un ritmo diverso da quello di chi gli sta di fianco, riescono a tirar fuori una sinfonia niente affatto male e allora a noi, quassù, non resta che godercela, muovendo piedi e spalle a ritmo.

È un attimo di pace assoluta, al riparo dal sole e col vento tra i capelli, che s’interrompe solo quando, ad un tratto, rinvengo dal sogno e mi domando, chissà, se riusciremo mai a trovare la forza di scendere di qui?

Fes el Bali _ Fes, 21 febbraio

Da queste parti non fai in tempo ad abituarti che già te ne devi andare e così, esattamente come siamo arrivati, si riparte: in piena notte, mentre in strada si aggirano cani sciolti e facce che son tutto un programma. Ma a differenza dell’inizio, i nostri passi adesso son più sicuri. Non potrebbe essere altrimenti dietro a quelli dell’uomo della notte. È stata la sua, la prima mano che abbiamo stretto a Marrakech ed è bello che sia anche l’ultima che stringiamo prima di lasciare la città.

Una manciata di ore dopo, infatti, siamo a Fes, dove ad accoglierci è uno spicchio di luna arancione. È una visione preziosa che dura appena un attimo. Il sole infatti è già lì che incalza, impaziente di prendere il suo posto ed iniziare a splendere. Mica come noi, che con appena tre ore di sonno, siam tutto tranne che splendenti.

Questo però non ci impedisce di darci sibito in pasto alla Medina di Fes el Bali, che con le sue 9600 strade è la più grande e antica del Marocco. Son strade, queste, che chissà quante ne han viste in centinaia e centinaia di anni. E oggi, be’, gli è toccato vedere pure noi, scorrazzare in qua e là al seguito di Mohammed Cous Cous.

Uno con un nome simile, non poteva che essere dei nostri. E menomale, mi viene da dire, perché Mohammed è un tipo in gamba, che ci racconta un sacco di cose interessanti.
Ci dice, ad esempio, che la città vecchia è composta da ben 186 quartieri, ognuno dei quali ha una moschea, un bagno turco, un forno, una fontana e una scuola coranica. Ne vediamo alcuni con i nostri occhi, constatando che è ancora intorno a questi cinque punti che si svolge la vita delle persone dentro le mura. Insieme ai mercati, ovvio, che qua son davvero dappertutto.

Gli occhi faticano a trovar pace, mentre rimbalzano tra mura scorticate, il cielo azzurro e gli splendidi palazzi. I dettagli di quest’ultimi son frutto del lavoro degli stessi abitanti di Fes. È tutto fatto a mano, eh, ci assicura Mohammed, perché la gente qua non sa mica lavorare a macchina. Infatti, questa è una città di artigiani, dove i padri trasmettono il mestiere ai figli: sia che si tratti di intagliare il cedro, impastare il gesso, tingere i tessuti o perché no, tesserli. Anche per i conciatori di pelli funziona così. Vederli all’opera trasmette tutta la loro fatica, che è così tanta da riuscire fiaccare le gambe anche a noi. Allora buttiamo giù un pasticcino, e tra miele, mandorle e chi più ne ha più ne metta, sbam, e un attimo e ci riprendiamo.

Ad alleviare i miei pensieri per le fatiche dei conciatori, però, vi è il fatto che per fortuna oggi è venerdì e nella Medina non si lavora, per lo meno non tutta la giornata. Sono le una, infatti, quando il canto del Muezzin richiama alla preghiera l’intera città e tutti, persino loro, ben presto si recheranno alla grande moschea.

Noi facciamo lo stesso, confondendoci tra grida, sorrisi e saluti di uomini, donne, ragazzi, bambini… Oggi non manca davvero nessuno. Ve l’ho detto, ci siam persino noi, che seppur in un modo tutto nostro, ci sentiamo parteci a questo loro giorni di festa.

Esserci è affascinante. Un impagabile regalo, che dopo il caos di Marrakech ci riporta a ciò che più sentiamo appartenerci: una dimensione umana. Oserei dire più raccolta, anche se, col milione di abitanti che Fes si ritrova, non so se ‘raccolta’ sia la parola giusta.

Quel che è certo è che questo era ciò di cui avevamo più bisogno. Un luogo dove sfiorarsi, ascoltare, tornare a guardar le cose con meraviglia e ad un tratto, finalmente, fare silenzio e sentirsi vicini.