Marocco, 27 febbraio

Questa mattina le strade della Medina di Essaouira erano avvolte in uno strano silenzio. In giro poche facce, ché i pescatori a certe ore del mattino sono ancora in mare. E così, a farci compagnia non c’erano altro che il rumore delle onde, intente ad infrangersi sugli scogli oltre le mura, ed i gabbiani, instancabili, che volteggiavano nel cielo in cerca di cibo.

Insomma, i nostri ultimi passi in Marocco li abbiam mossi in una città assonnata più o meno quanto lo eravamo noi, in preda ad uno stordimento che ci avrebbe impedito di ricordare persino che giorno era, se solo non fosse stato quello in cui dover fare lo zaino e ripartire.

Di questi luoghi e di questi giorni mi mancheranno un sacco di cose: le msemmen unte a colazione, il canto del Muezzin, il tè alla menta, i gatti un po’ dappertutto, l’aroma dei fiori d’arancio… Oh, neanche il tempo di salire sull’aereo che già mi han preso a girare in testa certi pensieri, come se gli incontri, i luoghi ed i 1941 chilometri percorsi in lungo e largo alla scoperta di un Paese dai mille volti, fossero già un ricordo lontano.

Del resto, si sa, per quanto l’ultimo giorno possa sembrar distante, alla fine riesce sempre a sorprenderti alle spalle e ad arrivare prima di quanto avresti voluto, portando con sé un misto di emozioni. E così, sebbene i nostri corpi siano ancora qui, sotto questo caldo sole, i pensieri sono già altrove, rivolti a ciò che sarà una volta tornati a casa.

Mi chiedo se riusciremo a tener ben stretto tra le dita quello che abbiamo vissuto, se saremo capaci di tenere fede alle buone abitudini che questo viaggio ci ha trasmesso o se invece in una manciata di giorni torneremo ad essere ciò che eravamo prima di partire. Ma detto tra noi, a ‘sta roba qui, adesso mica ci voglio pensare, ché per quanto l’ultimo giorno si diverta a volerci a tutti i costi riportare con i piedi per terra, io per aria ci sto così bene.

Allora chiudo gli occhi e penso ai tanti attimi di felicità che mi hanno regalato questi giorni, semplici, inaspettati, meravigliosi. Sento due dirham nella mano, il sapore dolce d’una ciambella che lascia lo zucchero tra i denti.
E in mezzo ad un souk affollato vedo noi che ridiamo, ché anche se quest’avventura è agli sgoccioli, siamo già pronti a chiederci, chissà, la prossima, dove ci porterà?

Essaouira, 26 febbraio

Se solo potessi scegliere come svegliarmi ogni giorno, vorrei che fosse esattamente come oggi: con gli occhi che si aprono un po’ alla volta e Francesco accanto a me, che ancora se la dorme beato.

Oggi non dobbiamo correre da nessuna parte ed è una cosa da non credere, visto come sono andati gli ultimi giorni. Ma invece è tutto vero: non ci son né taxi né aerei ad aspettarci, e nemmeno bus. Be’, a dirla tutta c’è una terrazza, ma per quella ce la caviamo con una rampa di scale, che val davvero la pena di salire visto che una volta arrivati su, ci troviamo davanti l’oceano.

Anche se son le prime ore del giorno, il vento ha già preso a soffiare. Del resto, si sa, da queste parti il vento non guarda in faccia nessuno, ti arruffa i capelli a tutte le ore e ti profuma la pelle di sale. Così, dopo i fiori d’arancio abbiam provato pure questa. Tiè!

Quanti sapori questa terra…
A noi, abbiam scoperto, piacciono un po’ tutti. Per questo oggi abbiamo deciso di trascorrere la giornata girovagando senza meta nella Medina, tra mandorle, datteri, ciambelle allo zucchero e ogni altro tipo di prelibatezza. I banchi ne sono letteralmente pieni e noi ne buttiam giù di ogni senza tirarci indietro. Fosse mai che torniamo a casa perdendoci qualcosa!

Ma ahimè, temo che nonostante tutti gli sforzi qualcosa finirà inevitabilmente per sfuggirci. Queste mura, infatti, racchiudono così tante persone, aneddoti, storie… che sarebbe difficile riuscire a conoscerli tutti. Le persone, infatti, non son mica come i datteri, che ti si sciolgono in bocca e via.

Per certe cose occorre tempo. Quello a nostra disposizione, però, ci sta sfuggendo tra le mani, allora non resta che stringere le dita sperando di conservarvi più sorrisi possibili, assieme alle parole gentili e anche a quelle incomprensibili, che però suonavan così bene da esserci comunque piaciute. Sulla fiducia, proprio.

Queste antiche mura risuonano di musica, la stessa che colora le vie assieme agli enormi tappeti. Ed è proprio con questa musica in testa ed il vento che ci sbatte, che usciamo dalla Medina per raggiungere la città nuova e la spiaggia. Là ci son ragazzi che giocano a pallone, gente che cammina sulla sabbia e poi ci sono loro, i dromedari, giunti fin qui dal deserto. Si spostano da una parte all’altra lentamente, con l’andatura di chi se ne frega di ciò che gli sta intorno ed ama farsi i fatti suoi. Staccargli gli occhi di dosso è davvero impossibile. Siamo come ipnotizzati, dal loro oscillare e da quelle ombre, che si allungano sempre più sulla sabbia, come in una danza silenziosa che segna la fine del giorno e azzera i nostri pensieri. Così restiamo lì, seduti l’uno accanto all’altro, insieme, ma ognuno chiuso nel proprio silenzio, con lo sguardo perso in avanti ed in testa lo stesso identico pensiero: ma loro, quanto sono belli!

Agadir-Essaouira, 25 febbraio

È inutile negarlo, per quanto ami girovagare da una parte all’altra, questi ritmi iniziano a pesarmi. Ieri, ad esempio, ero talmente stanca e stordita che ho messo la sveglia un’ora dopo rispetto all’ora prevista. Una cosa mica da poco, eh, ché c’è mancato tanto così che rimanessimo a Tangeri. Per fortuna, però, le cose sono andate diversamente e se questo è accaduto lo devo prima di tutto a Francesco, che a un tratto m’ha fatto: Ma non avevamo detto 4.45, perché il mio orologio segna le 5.45?
Secondo di poi, lo devo al tassista, che invece di andarsene, come i più avrebbero fatto dopo mezz’ora di ritardo, ci ha comunque aspettati in Place du 9 Avril. Be’, detto tra noi,stamani ci hanno aspettato un po’ tutti, anche la cameriera del Dar, che nonostante fossero le cinque del mattino si era alzata apposta per prepararci una colazione coi fiocchi. Peccato non averla manco vista, presi com’eravamo a fiondarci giù per le scale con lei alle spalle che ci seguiva tenendo in mano due bicchieri di tè alla menta. Au revoir, Adios… Mentre fuggivamo le abbiam detto di tutto. Io le ho addirittura mandato un bacio con la mano, grata e mortificata allo stesso tempo. Chissà, se almeno quello l’avrà capito…

È proprio vero, ogni luogo ti lascia qualcosa. Non fa eccezione neanche Tangeri, che saluto con una corsa forsennata che sega le gambe ed un fiatone che metà basterebbe.

Per fortuna di tempo per riprendersi ce n’è in abbondanza ed è quello che impieghiamo per raggiungere Essaouira, passando da Agadir, perché se non si fosse ancora capito, a noi le cose facili non piaccion mica tanto.

In ogni modo, spingersi così a sud ci permette di vedere un nuovo e diverso angolo di questo Paese, dove i dromedari girano indisturbati, ed il colore della terra oscilla tra l’arancio e il rosso. È un colore che via via che risaliamo, da intenso si fa sempre più tenue fino a confondersi con quello del mare.

Anche noi amiamo mescolarci con questo elemento, è il motivo per cui abbiamo deciso di fare tappa ad Essaouira, un piccolo villaggio che si affaccia sull’oceano e che dall’oceano trae la sua maggior fonte di sostentamento: il pesce.

I banchi dei pescatori, al porto, ne sono letteralmente strapieni e nessuno si risparmia una visita. Ci son bambini entusiasti, adulti curiosi, poi ci sono quelli esperti, assieme ad una miriade di gabbiani… e in mezzo a tutto ‘sto marasma ci siamo noi, che scegliamo un po’ di pesce fresco, c’è lo facciamo grigliare, e poi lo mangiamo direttamente sul porticciolo. E rigorosamente con le mani, eh, ché da queste parti si usa così.

A quanto ci han detto si usa anche salir sulle terrazze all’ora del tramonto. Non saremo certo noi, quindi, a tirarci indietro, così ne scegliamo una sopra il vecchio forte e stretti nelle felpe seguiamo il discendere di quella perfetta palla rossa. Come spesso accade, l’attesa è più lunga del fatto in sé, ma vale comunque la pena.

Una manciata di minuti dopo è già scesa la sera. Be’, ancora un po’ e sarà domani e finalmente non avremo alcuna sveglia da mettete.

Tangeri, 24 febbraio

Quando il gallo canta vuol dire che il giorno è appena iniziato. Così stamani ci siamo affidati a lui. O forse dovrei dire a loro, visto che alle sette Chefchaouen risuonava di chicchirichì in ogni dove.

A parte questo, silenzio totale. Così ci siam seduti un attimo a goderci quella pace, a riempirci per l’ultima volta gli occhi di blu, per poi riemergere, pronti a spingerci sempre più su, fino a raggiungere il mare.

In effetti quello di Tangeri è il primo mare che vediamo in Marocco ed è un mare magico, perché è un attimo e, da daaaaaan, ci mostra anche la Spagna, così vicina da poterla quasi toccare.

Dopo giorni di solo entroterra, il sole che brilla sul mare è una visione che ci entusiasmo, ma il tutto dura si e no cinque minuti. Abbandonata l’ampia strada sulla costa, infatti, si entra nella Medina, che per quanto piccola sia, qua a Tangeri è un vero labirinto.
In giro non si vede nessuno e i pochi che incontriamo, oh, parlan tutti arabo e non c’è verso d’intendersi. Poi però un signore ne chiama un altro, che dice qualcosa d’incomprensibile ad un altro poco più in là. Allora al gruppetto si aggiunge una donna, che a sua volta ne chiama altre due e così, quando ormai avevamo perso le speranze, una grande catena umana ci conduce al Dar dove passeremo la notte. Alè!

Da quando siamo in Marocco non c’è stata una sola persona che non sia stata gentile con noi. Una gentilezza, la loro, di quelle che va ben oltre la formalità, di quella che viene fuori spontanea, ed è un qualcosa che apprezzo davvero molto, soprattutto quando sento che lo zaino inizia a pesare troppo ed io son lì lì per esplodere. Tre, due, uno… Ma per fortuna, be’, pericolo scampato.

Con un buon caffè le cose sembrano andare ancora meglio. Un caffè, si, perché per quanto si parli arabo e si veda in giro qualche ciuffo di menta, da queste parti l’aria che si respita è decisamente più europea che altrove; proprio come la gente seduta nei caffè, sputata fuori da qualche enorme nave da crociera per una manciata d’ore.

La Medina, a Tangeri, si trova incastonata nella città nuova, decisamente più rumorosa e affollata. Vale comunque la pena vederla, pensiamo, così camminiamo un po’ sulle tracce degli scrittori della Beat Generation, tra clacson e macchine parcheggiate ovunque. Ma ad un tratto sento di essere di nuovo a un passo del cedimento. Mi chiedo dove sia finita la pace di Chefchaouen, il suo distensivo blu. Tangeri m’indispone: ho caldo, freddo, poi torna a farmi caldo… ma soprattutto, adesso che son quasi le tre, ho fame.

Così, un po’ per caso, entriamo in un locale dove la voce di Julio Eglesias in filodiffusione scalda l’atmosfera. Ve l’ho detto, qua siamo praticamente in Spagna, ma le persone ci tengono a ribadire la propria unicità e infatti ci servono la sangria marocchina, un delizioso mix di frutta così energetico da fare miracoli. L’ideale per darmi il là e tuffarmi in un’appetitosa zuppa di pesce senza nemmeno passare dal via.

A forza di buttar giù mestolate, la finisco, e quasi prima di Francesco. Mai successa una cosa simile. Lui mi guarda, non riesco a capire se sia più incredulo o felice, ma credo la seconda, ché alla fine s’è risparmiato un’esplosione anche stavolta. E così, mentre mi pulisco la bocca e Julio Eglesias è ancora lì che canta, penso, che momenti alti ci sta regalandi questa città. Altissimi, proprio.

Chefchaouen, 23 febbraio

Il tempo a nostra disposizione a Fes è finito, così salutiamo questa città che tanto ci ha insegnato, sgattaiolando via al buio, senza neanche far colazione.

Peccato, ché le colazioni da queste parti son davvero appetitose. Per fortuna però abbiamo ancora dei biscotti, che son certa ci faranno comodo lungo il tragitto. Chefchaouen infatti è a quattro ore di distanza, avoglia a buttar giù biscotti!

La strada per raggiungerla si snoda sinuosa tra distese di fichi d’india, ulivi, alberi da frutto. È un incessante susseguirsi di colline dove la natura cresce rigogliosa, che rivela un Marocco che non ti aspetti e che io non riesco a mollare neanche per un istante, felice che la vita abbia trovato anche oggi il modo di sorprendermi.

Le donne e gli uomini che si adoperano nei campi son vestiti di mille colori, ma tutto intorno a loro è tinto d’un verde brillante, che sotto il sole acceca e meraviglia. Un verde che un po’ alla volta sale su, verso il cielo, e d’un tratto si fa montagna.

È qui che si trova la famosa città blu del Marocco, Chefchaouen, il cui nome pare uno scioglilingua e infatti ogni volta che proviamo a dirlo, oh, chissà come ci scappa qualche vocale.

Ma per fortuna adesso ci siamo e di dirlo non abbiam più bisogno. Adesso c’è solo da tuffarcisi dentro, e allora, be’, se si tratta di questo, figuriamoci se ci tiriamo indietro. Così varchiamo Bab Souk e in un attimo tutto diventa blu. Le porte, le pareti, le strade… È un blu che non si può capire finché non ci si è dentro, fino a quando ne hai così pieni l’anima e gli occhi che ti viene da chiederti, non staremo mica diventando blu anche noi?

Francesco però è dello stesso colore di sempre. Torneremo a casa un po’ più colorati di quando siam partiti, questo è sicuri, ma ahimè, non saremo blu.

L’unica nota dolente di questo gioiellino incastonato nella roccia, son le decine di obiettivi e smartphone che si vedono spuntare ad ogni angolo. Evitarli è davvero un’impresa impossibile. Ci rassegnamo quindi a fare il giro del mondo in quegli scatti e a tirar dritto, ché s’è fatta una certa e ad aspettarci ci sono la tajine, i falafel e l’hummus, più buoni che abbiamo mangiato fino ad ora. I dolci, poi… ma che ve lo dico a fare?

Sulle montagne del Rif, però, il sole cala in fretta e a noi non resta che salire in cima ad una terrazza e stringerci l’un l’altro per salutare il giorno che finisce. Il buio sembra spazzar via ogni cosa, ma un po’ alla volta le strade tornano ad illuminarsi, proprio come gli angoli e le case… così, un attimo dopo, siam lì a tirare un sospiro di sollievo, ché sebbene il giorno sia finito, la città mica ci sta all’idea di chiuderla lì. Allora si mostra un’ultima volta e lo fa nel migliore dei modi: tornando ad indossare per noi il suo blu.

Mellah _ Fes, 22 febbraio

La bella Fes ci ha trasmesso un tale relax da spingerci a non mettere la sveglia, ma a fare sì che a svegliarci questa mattina fosse il sole, entrando in punta di piedi attraverso i vetri colorati delle finestre.

È un sole, questo, che quando dice di picchiare picchia sul serio, eh, ma per fortuna a placare la sua foga ci pensa il vento che soffia dell’Alto Atlante e rende l’aria una meraviglia. E così, in un attimo siamo fuori.

L’idea iniziale è quella di camminare fino al quartiere ebraico, poi si vedrà. Al solito, però, le cose van tutte per un altro verso. Prima di arrivare al Mellah, infatti, la nostra attenzione ed i nostri passi si perdono un po’ ovunque. Ma poco importa, perché quell’ovunque sono luoghi, attimi, persone… Son bambini che gridano e scorrazzano per le strade, gentili signori che ci indicano la via e giovani studenti, che stan fuori dalla scuola a ridere e a far merenda, un po’ come facevamo noi a Incisa quando c’era l’Elvira, solo che qui al posto della schiacciata hanno pita e zuppa di legumi.

È proprio vero: tutto il mondo è paese. E forse è anche bello così, ritrovar se stessi altrove.

Poi, be’, c’è chi invece di ritrovarsi si perde ed è Francesco, che da qualche giorno ha iniziato a profumare di fiori d’arancio. Ma questo è il meno. Ieri sera, infatti, l’ho visto bere una limonata per aperitivo e cenare con un piatto di frutta. Ed è stato allora che mi son proeccupata, ché è vero, viaggiare ti cambia, ma mica fino a questo punto.

Quando però oggi l’ho visto nel souk della Medina, che addentava con soddisfazione un panino bisunto, ho finalmente tirato un sospiro di sollievo: è ancora lui, grazie a dio!

E menomale, dico io, ché a me lui piace così com’è, assorto come me nei suoi pensieri, mentre mi sta accanto su strade intricate, sempre più in discesa. E noi scendiamo, scendiamo… Scendiamo fino Place Seffarine, dove un’intima terrazza permette ai nostri sguardi di perdersi sulla città anche dall’altro, tra i verdi tetti delle moschee che spiccano sul bianco d’intorno.
Dal basso si sentono martelli battere sul rame. Sono i fabbri, che sebbene si muovano ognuno ad un ritmo diverso da quello di chi gli sta di fianco, riescono a tirar fuori una sinfonia niente affatto male e allora a noi, quassù, non resta che godercela, muovendo piedi e spalle a ritmo.

È un attimo di pace assoluta, al riparo dal sole e col vento tra i capelli, che s’interrompe solo quando, ad un tratto, rinvengo dal sogno e mi domando, chissà, se riusciremo mai a trovare la forza di scendere di qui?

Fes el Bali _ Fes, 21 febbraio

Da queste parti non fai in tempo ad abituarti che già te ne devi andare e così, esattamente come siamo arrivati, si riparte: in piena notte, mentre in strada si aggirano cani sciolti e facce che son tutto un programma. Ma a differenza dell’inizio, i nostri passi adesso son più sicuri. Non potrebbe essere altrimenti dietro a quelli dell’uomo della notte. È stata la sua, la prima mano che abbiamo stretto a Marrakech ed è bello che sia anche l’ultima che stringiamo prima di lasciare la città.

Una manciata di ore dopo, infatti, siamo a Fes, dove ad accoglierci è uno spicchio di luna arancione. È una visione preziosa che dura appena un attimo. Il sole infatti è già lì che incalza, impaziente di prendere il suo posto ed iniziare a splendere. Mica come noi, che con appena tre ore di sonno, siam tutto tranne che splendenti.

Questo però non ci impedisce di darci sibito in pasto alla Medina di Fes el Bali, che con le sue 9600 strade è la più grande e antica del Marocco. Son strade, queste, che chissà quante ne han viste in centinaia e centinaia di anni. E oggi, be’, gli è toccato vedere pure noi, scorrazzare in qua e là al seguito di Mohammed Cous Cous.

Uno con un nome simile, non poteva che essere dei nostri. E menomale, mi viene da dire, perché Mohammed è un tipo in gamba, che ci racconta un sacco di cose interessanti.
Ci dice, ad esempio, che la città vecchia è composta da ben 186 quartieri, ognuno dei quali ha una moschea, un bagno turco, un forno, una fontana e una scuola coranica. Ne vediamo alcuni con i nostri occhi, constatando che è ancora intorno a questi cinque punti che si svolge la vita delle persone dentro le mura. Insieme ai mercati, ovvio, che qua son davvero dappertutto.

Gli occhi faticano a trovar pace, mentre rimbalzano tra mura scorticate, il cielo azzurro e gli splendidi palazzi. I dettagli di quest’ultimi son frutto del lavoro degli stessi abitanti di Fes. È tutto fatto a mano, eh, ci assicura Mohammed, perché la gente qua non sa mica lavorare a macchina. Infatti, questa è una città di artigiani, dove i padri trasmettono il mestiere ai figli: sia che si tratti di intagliare il cedro, impastare il gesso, tingere i tessuti o perché no, tesserli. Anche per i conciatori di pelli funziona così. Vederli all’opera trasmette tutta la loro fatica, che è così tanta da riuscire fiaccare le gambe anche a noi. Allora buttiamo giù un pasticcino, e tra miele, mandorle e chi più ne ha più ne metta, sbam, e un attimo e ci riprendiamo.

Ad alleviare i miei pensieri per le fatiche dei conciatori, però, vi è il fatto che per fortuna oggi è venerdì e nella Medina non si lavora, per lo meno non tutta la giornata. Sono le una, infatti, quando il canto del Muezzin richiama alla preghiera l’intera città e tutti, persino loro, ben presto si recheranno alla grande moschea.

Noi facciamo lo stesso, confondendoci tra grida, sorrisi e saluti di uomini, donne, ragazzi, bambini… Oggi non manca davvero nessuno. Ve l’ho detto, ci siam persino noi, che seppur in un modo tutto nostro, ci sentiamo parteci a questo loro giorni di festa.

Esserci è affascinante. Un impagabile regalo, che dopo il caos di Marrakech ci riporta a ciò che più sentiamo appartenerci: una dimensione umana. Oserei dire più raccolta, anche se, col milione di abitanti che Fes si ritrova, non so se ‘raccolta’ sia la parola giusta.

Quel che è certo è che questo era ciò di cui avevamo più bisogno. Un luogo dove sfiorarsi, ascoltare, tornare a guardar le cose con meraviglia e ad un tratto, finalmente, fare silenzio e sentirsi vicini.

Jardin Majorelle _ Marrakech, 20 febbraio

Più ci penso più mi convinco che per quanto appaia enorme, questo mondo è più piccolo di quanto si pensi. Ne ho avuto la riprova ieri sera, quando spaparanzati nella terrazza del Riad, abbiam sentito due ragazzi avvicinarsi parlando toscano.
Un saluto, uno sguardo, poi qualcuno si è riconosciuto e in un attimo, oh, la terrazza si è trasformata in un vero e proprio salotto, con chiacchiere a non finire e tè alla menta che sgorgava in ogni dove.

Il più delle volte le cose van così, fan tutto da sole. E anche se non l’avresti mai detto, può capitare di ritrovarsi nel cuore di Marrakech a parlare di Colle Alta, mentre nella notte risuona il canto del Muezzin.

L’invito alla preghiera qua a Marrakech si ripete anche di giorno, più volte, e per quanto all’inizio possa risultare strano, il suo presentarsi, regolare ed immancabile, è un modo per entrare in contatto con la città e la sua gente.

Un altro modo per farlo è scendere in strada e confondersi con loro, donne, uomini, bambini. Allora, finita la colazione, usciamo ed iniziamo a camminare, decisi a raggiungere il Jardin Majorelle.

Per quanto sia presa d’assalto dai visitatori, quell’oasi verde è capace di regalare visioni splendide ed un silenzio irreale. Cose assai preziose per una città come questa, che finché sei per strada non ti dà un attimo di tregua, tra motorini che sfrecciano, auto, carretti trainati da asini… quanto ad attraversare, be’, non ne parliamo, anche se, detto tra noi, in questo l’essere italiani ha decisamente i suoi vantaggi.

Il fatto di riuscire a cavarsela meglio di altri, non significa però che ci piaccia star nel traffico, così abbandoniamo la città nuova per ributtarci nella Medina. In una parte per noi ancora inesplorate, più a nord e lontana dai caotici souk. Qua le strade si fanno più ampie, gli artigiani intagliano il legno ed il profumo del pane appena cotto riempie l’aria, riuscendo in un istante a farmi sentire a casa, sebbene quella che chiamo casa si trovi a chilometri e chilometri di distanza.

Chi invece tra queste strade a casa c’è davvero sono i gatti, che osservano attenti e col muso all’insù ogni mossa dei macellai, mentre poco più non là, dei polli si agitano in una gabbia. Del resto da queste parti ognuno ha il suo posto, tranne le spezie, che chissà come son capaci di saltar fuori ovunque. Sono incontenibili e così tante da riuscire a stonarti occhi e naso in un solo colpo. Ma la cosa non ci spaventa affatto. Tutt’altro. È proprio adesso che andiamo avanti, stonati e felici, ché la felicità, si sa, è fatta di piccole cose: ridere insieme, mangiare un appetitoso tajine, perdersi nei colori di un tramonto… ma soprattutto, cari miei, riuscire finalmente ad orientarsi.

Medina _ Marrakech, 19 febbraio

La speranza di riuscire a capirci qualcosa in questa Medina l’avevamo lasciata fuori dalla porta già ieri notte, quando una volta raggiunto il Riad con l’aiuto d’un ragazzo, ci siamo guardati come a dire, ma dove diavolo siamo finiti?

Be’, per fortuna la luce sa il fatto suo e trasforma a tal punto le cose da esser riuscita, questa mattina, a dare alle vie un volto diverso, decisamente più colorato e vivace.
Nonostante questo, abbiamo comunque rinunciato a bussola e mappa, per buttarci un po’ a caso nel groviglio di vicoli che è questa città.
Per quanto infatti uno tenti di tenere a mente i suoi passi, ripedendo tra se e se: destra, sinistra, poi di nuovo sinistra… ne spuntano di nuovi in ogni dove, e in un attimo, puff, tutti i conti van per aria. Meglio quindi risparmiare il fiato fin dall’inizio. A meno che non si voglia provare con le briciole come Pollicino, ma a giudicare dai gatti affamati che si vedono in giro, be’, ho come l’impressione che anche quelle durerebbero il giusto.

Allora non resta che lasciarsi condurre dagli odori, dai colori e dalle tante persone che si muovono intorno a noi. Oggi, poi, che c’è anche il mercato berbero, con un sacco di prodotti artigianali. Fico, pensiamo. Anche se, un attimo dopo, più che in un mercato, la sensazione è quella d’essere finiti in un giro di schiaffi. Ci ritroviamo, infatti, a bere tè, mentre intanto lavoriamo l’argan insieme a donne berbere, annusiamo pietre e fiori d’arancio, proviamo creme per il viso… tutto più o meno contemporaneamente. E alla fine, non contenti, riusciamo anche a spendere. Quanto? Be’, meglio non dirlo. Certo è, che per quanto riguarda le spese extra con oggi abbiamo chiuso.

A qualcosa comunque questa immersione nel mondo berbero è servita, adesso infatti distinguo alla perfezione tutti gli odori che emana questa città: curcuma marocchina, cannella, menta, argan, rosa masqueta… e ogni tanto, buttata là, una bella zaffata di pipì. Ma quella, be’, la riconoscevo anche prima d’aver incontrato le donne berbere.

Per quanto sia fiera di riconoscerli, va detto che alla lunga tutti questi odori rischiano di dare alla testa, così decidiamo di tirare un attimo di fiato. Per farlo servono gli ampi e silenziosi spazi di Palazzo El Badi. E visto che ci siamo, anche Palazzo El Bahia, che nel suo susseguirsi di cortili fioriti, intarsi e piastrelle dai mille colori, è una vera oasi di pace.

Una pace che però svanisce all’istante quando entriamo in piazza Jemaa El Fna, dove tra incantatori di serpenti, scimmie al guinzaglio ed enormi banchi di frutta secca, ci siamo anche noi. E insieme a noi, altra gente. Un sacco di altre gente, che mangia, ride, canta, cammina… e sembra non averne mai abbastanza.

Che piazza questa piazza. Marrakech non sarebbe la stessa senza. Anche se, per quanto mi riguarda, non ho ancora ben capito se mi piace o no.
La osservo, mentre intanto il sole ci saluta e noi buttiamo giù l’ennesimo tè alla menta.
Domani è un altro giorno. Chissà, magari saprò darmi una risposta.

Marrakech, 18 febbraio

Io, sono arrivata a pensare che più che un vizio, ‘sta storia dello zaino sia un vero e proprio destino.
Sarà che non sempre la casa da cui esco al mattino è quella in cui torno la sera; o forse sarà che di fronte ai repentini cambi di programma che questa vita ci riserva, in qualche modo bisogna farsi trovar pronti, e così, gira e rigira, va a finire che lo zaino ce l’ho sempre in spalla.

Certo, i miei zaini non son mica tutti uguali. Ci son quelli da un giorno e via e poi c’è quello per le occasioni importanti, quello tinto d’azzurro, ma che se solo potesse parlare, di colori da raccontare ne avrebbe una bella manciata.

Era da un po’ che non lo mettevo in spalla, quello zaino lì, tanto che temevo quasi di non esserne più capace. E invece, be’, ho scoperto che mettersi lo zaino è come andare in bicicletta: una volta che hai imparato, non lo dimentichi più. Diventa parte di te, qualcosa che ti vien fuori in un modo così naturale da darti l’impressione di appartenerti da sempre.

È un po’ la stessa cosa che provo quando penso al bel casino che ho di fronte, che adesso mi sorride, intento com’è a scaricare l’App di una bussola. Non sa che mentre ricambio quel sorriso, son qui a scrivere di noi e di quanto sia bello, nella vita, aver accanto un casino come lui. Con o senza bussola.

Anche lui è un tipo da zaino in spalla, perché come accade a me, anche nel suo caso, la casa da dove esce al mattino non sempre è la stessa in cui rientra a sera.
È una cosa che negli ultimi tempi accade sempre più spesso e detto tra noi, non è niente male. Quel che conta alla fine del giorno, infatti, è ritrovarsi, e poco importa dove.

Allora, visto che con questa storia dello svegliarci un giorno qua e un altro là ci abbiam preso gusto, ci siamo detti: perché non facciamo un viaggio? Ché almeno, oltre a svegliarci ogni mattina chissà dove, finiamo anche per passare le giornate insieme. Un’idea che ci piace ancora di più. Così, quasi senza accorgercene, siamo arrivati fin qui, nel cuore pulsante di questa città, che anche se ormai è più di mezzanotte non sembra affatto intenzionata a dormire.

Noi invece crolliamo, ché siamo in viaggio da ore e s’è fatta una certa.
A domani Marrakech.
Sarà bello svegliarsi qui, insieme.