Ufficialmente in distribuzione!!

Oggi è successa una cosa bella: In fuga con me stessa è entrato ufficialmente in distribuzione!
D’ora in poi, quindi, non solo sarà possibile acquistarlo su bookabook.it, ma anche su Amazon, in store come Feltrinelli e IBS… ma soprattutto, udite udite, potrete trovarlo in libreria.

Anzi, se conoscete librai curiosi di leggere le peripezie emotive – e non solo – di una trentenne in fuga con se stessa, è l’ora di farsi avanti e suggerire.
Già… suggerire, suggerire e ancora suggerire, come se non ci fosse un domani.
Thanks!

il Venerdì _ bonus track

Questa estate mi sono ripromessa di non scrivere.

O meglio, questa estate mi sono ripromessa di non scrivere niente che riguardi il mio lavoro.

Già mi porta via un sacco di energie durante la settimana, figuriamoci se ho voglia di perderne anche nel weekend!

Così, da un po’ di tempo a questa parte, il venerdì esco dallo studio lasciando dietro di me tutto ciò che ho raccolto nei giorni precedenti: pensieri, pesantezze, arrabbiature… ché non so come, ma negli ultimi tempi la gente butta sugli altri tutto quello che può. A manciate, proprio.

Coloro che se ne stanno dall’altra parte, a raccogliere ciò che viene da quelle manciate, siamo noi: io e i miei colleghi. Per cavarcela dovremmo avere tutti orecchie tappate e spalle tonde, un po’ bruttine a vedersi ma senza dubbio utili a farsi scivolare tutto addosso. A pensarci, sarebbe un gran bel vivere. Invece, oh, i miei mi han fatto proprio all’esatto contrario: orecchie che arrivano ovunque, spalle dritte e come se questo non fosse già abbastanza, hanno pensato di darmi anche una bella lingua lunga. Gioia e dolore di chi mi sta intorno.

In questi mesi la mascherina mi ha salvato la vita un bel po’ di volte – e non solo dal Covid19. Nella mia son rimaste impigliate un sacco di parole, che credetemi è davvero meglio non siano uscite di lì. Per fortuna però ci sono dei pazienti che ti ricordano ancora quanto sia bello poter dire ciò che si pensa con leggerezza e anche un po’ di ironia. Tipo il signor Gianfranco – mastodontico e selvatico – che proprio ieri è venuto in studio.

Appena l’ho visto gli ho puntato il termometro alla fronte – allungandomi sulle punte dei piedi. Lui m’ha guardato con un risolino: “Va’ia va’, te e i Covidde! – poi però s’è fatto serio – Scusa, eh, ma quanto costa codesto coso per la febbre?”

“Mi sembra sui 150€”.

“Ah! – fa due passi verso la sala d’attesa, poi torna a voltarsi – ma che funziona anche con i cani?”.

Questa ci mancava, penso. “Non saprei. Ancora non sono passati cani di qua – mi fermo un attimo – … be’, per lo meno non con quattro zampe”.

Sento la Mau dietro di me che ride. Lo stesso fa lui ed aggiunge: “Ah, bene!”. Così finisce che ridiamo tutti.

Capita spesso ultimamente, di ridere. Penserete, che fortuna! Ma il più delle volte, credetemi, lo si fa per non piangere.

Sarà per questo che le cose son cambiate. E così, adesso, quando il venerdì esco da lavoro, chiudo la porta alle mie spalle e lascio tutto lì – gioie e dolori – pronta a godermi questa estate appiccicosa e le cose belle della mia vita.

La mia storia su I Trentenni

Sono quasi quattro anni che sono entrata nei trenta e anche se a volte il futuro si rivela un po’ incerto, be’, una cosa è sicura: questa, ad oggi, è la mia storia.

Grazie a Ilaria, Silvia e Stefania. E grazie a I Trentenni, che in una manciata di righe l’han fatta loro. https://www.itrentenni.com/la-storia-di-irene/

il Venerdì _ 53

Se solo la gente si rendesse conto cosa significa di questi tempi avere a che fare con la gente, saremmo già un bel pezzo avanti.
Con questo non intendo certo dire che sarebbe tutto facile. No. Non oserei mai azzardare tanto. Ma son certa che un po’ di consapevolezza in più aiuterebbe, soprattutto di questi tempi, in cui lo sport nazionale sembra esser diventato il lancio dei propri problemi e delle proprie pesantezze sugli altri. Effetto forse del prolungato stop del calcio, chissà…

Be’, per fortuna tra un po’ ripartirà anche quello, così torneremo a sfogare gli animi come facevamo un tempo, da allenatori da divano, senza il bisogno di mostrarsi per forza tuttologi in tutto, mettendo bocca nel lavoro degli altri come fosse il nostro, quando noi quel lavoro lì non l’abbiamo manco mai fatto.

Questo è quello che mi capita più spesso ultimamente, ovvero che la gente mi dica come devo fare ciò che ormai faccio da dodici anni. Ebbene si, non uno o due, ma ben dodici. E ok che nella vita non si finisce mai d’imparare, ma per lo meno concedetemi la libertà di voler imparare da chi dico io, e non da chi vuol dettare regole e tempi solo perché oggi va di fretta o chissà cosa.

Io e le mie colleghe non facciamo altro che risolvere problemi da mattina a sera, e mi sembra di poter dire che siamo piuttosto brave a farlo, visto che ce ne pongono di nuovi ogni giorno. Il che, va detto, regala a tutte noi grandi soddisfazioni, assieme però ad un bel carico di fatiche, ché credetemi, esser sempre sul pezzo richiede energie. E se poi ci si mettono pure gli altri ad aumentare il livello di difficoltà, va a finire che lavorare a volte diventa una vera e propria impresa, roba che a fine giornata ti trascini verso il divano confidando in una dilatazione temporale che ti conceda ore sufficienti a recuperare le energie che anche oggi hai speso sul campo.

Di queste fatiche ne porto i segni addosso. E così, anche se ormai il massimo dello sport che faccio è guardare i canestri di Jordan, Pippen e Rodman su Netflix, senza accorgermene mi son ritrovata ad andare contro corrente, perdendo chili mentre tutti ne accumulavano.

Non c’è paziente che non mi chieda come abbia fatto, in questi tempi di quarantena e farina 00. E quando me lo chiedono temporeggio un po’, quasi indispettita, poi dico, be’, passate un paio d’ore da queste parti – tra telefoni che squillano, pazienti che vanno di fretta, protocolli che cambiano di ora in ora… – e vedrete che tornare in forma è un attimo.

Nonostante i chili persi e la fatica, però, mi reggo ancora in piedi, ché per fortuna il mondo è bello perché vario, così come le persone. E devo dire che in tema di persone questa fase 2 mi ha regalato grandi sorprese, mostrandomi il lato più umano di persone da cui, lo ammetto, non mi sarei mai aspettata tanta comprensione e vicinanza.

Tra queste, di sicuro, non c’è la signora Carla. E non perché non sia comprensiva ed umana, bensì perché il fatto che lo fosse mi era ben chiaro anche prima di questa storia che ha complicato l’esistenza un po’ a tutti. Persino a lei, che nonostante la sua età trova il tempo di preoccuparsi per me, tanto che l’altro giorno mi ha cucito una mascherina con le sue mani e me l’ha portata fino in studio: Ché va bene prendersi cura degli altri – m’ha detto – ma bisogna che tu ti prenda cura anche di te, Cocca!

Quando penso a che senso abbia trascorrere le giornate in balia degli altri, talvolta vacillo un po’, ma poi mi tornano in mente persone così, che il mondo te lo fanno vedere a colori, e penso, fanculo a chi fa di tutto per rendere la vita del prossimo un inferno, ché nonostante tutto ci sarà sempre qualcuno per cui vale la pena tenere duro e la Carla è di sicuro una di queste, e poi, oh, detto tra noi, ma dove la ritrovo io una che alla mia età mi chiama ancora Cocca?

Illustrated ladies by Caitlynmurphy

Imbrunire

È un mercoledì di maggio, uno come tanti, se non fosse che siamo reduci da una quarantena, che per un po’ ci ha costretti in casa per risputarci fuori dopo due mesi esattamente uguali ai noi stessi di prima.

E così, anche la città è tornata ad essere quella d’un tempo, già sveglia all’alba col suo via vai di auto e motorini, con il camion per la raccolta dei rifiuti che quando si ferma sotto casa non son neanche le sette del mattino e in uno SBAM di cocci di vetro mi da il suo buongiorno.

Da quassù non si sentono più voci, più nessun coro organizzato dalle finestre né dai balconi. A resistere son solo i piccioni, impavidi, che al mattino si lanciano sui tetti e tubano, tubano… tubano come se non ci fosse un domani. Per il resto, be’, il rumore di fondo è tornato a far da padrone, relegandoci di nuovo al ruolo di comparse.

Non tutti, sia ben chiaro, c’è infatti chi si sente ancora protagonista. Ma di loro sotto casa mia non c’è traccia. I protagonisti se ne stanno altrove, per lo più a ridosso dei locali, con il cocktail in mano e la mascherina leopardata poggiata sul naso. Incontenibili, modaioli. Ma detto tra noi, per quanto vederli mi faccia sorridere, mi divertivo molto di più a guardare il mondo dalla mia finestra. Là si che la gente riusciva a sorprendermi e a farmi ridere, intendo ridere sul serio.

Già, perché per quanto questi giorni sospesi abbiano portato nella mia vita nervosismo e paura del domani, han saputo anche regalarmi cose belle e assai rare. Il fatto, ad esempio, d’aver trascorso ben 75 giorni tra le stesse quatto mura, che ora amo e son diventate casa. O di avermi ridato il tempo per la lettura, tanto da imbattermi, incosciente, nelle 945 pagine di 4321 di Paul Auster.

Bella anche la nostalgia degli abbracci dei miei cari e degli amici, insieme alla gratitudine per poter godere di quelli di Francesco, ché com’è che si dice? Two is meglio che one.

E poi i vicini, che ho scoperto essere dei tipi davvero bizzarri, cosa niente affatto male, ché tra una cantata a squarciagola ed una litigata, oh, per lo meno non ho mai corso il rischio d’annoiarmi, tanto meno di sentirmi sola. Soprattutto se penso alla famiglia di peruviani che vive nel palazzo di fronte, il cui balcone dista dal mio si e no uno sputo. Una cosa che all’inizio mi infastidiva, mentre adesso, be’, penso che questi giorni non sarebbero stati gli stessi senza di loro.

Così, ora ogni mattina saluto la donna di casa con un sorriso ed un bel ciao, mentre si appresta a far le sue lavatrici. Oh, non fa altro da mattina sera. E vorrei vedere, con tre uomini in casa… Ma lei sembra felice come una Pasqua, con il vento che le sbatte in faccia, pronto ad asciugare i panni, e la sua bella musica di sottofondo.

Hei! Man suona vivace anche adesso che il giorno sta per finire. Ora però è il marito che si muove su e giù per il balcone, scuotendo spalle e fianchi a ritmo. È un’immagine talmente allegra che mi dico: è così che voglio ricordare questi giorni, con il brio gioioso di quest’uomo all’imbrunire, capace, senza saperlo, di risollevare le sorti di una faticosa giornata di lavoro.

Allora sai cosa? Io resto ancora un po’ alla finestra. Ché con questa bell’aria frizzante si sta d’un bene… E poi, oh, metti che tra un ballo e l’altro a sorpresa salta fuori un nuova storia, non vorrò mica perdermela!

Barba e capelli

È un lunedì, l’ennesimo, ma a quanto pare non siamo più in quarantena, ché oggi, 18 maggio 2020, il Paese fa un altro passo in avanti e così, oplà, eccoci finalmente giunti dentro la fase 2 della Fase 2. Visto quel che abbiamo attraversato, infatti, meglio aspettare a cantar vittoria riempiendoci la bocca con la numero 3.

A dire il vero, però, quello che va in scena fuori dalla mia finestra parrebbe un lunedì normale, di quelli che c’erano una volta, se non fosse che dopo mesi la saracinesca del barbiere è tornata ad alzarsi e guarda un po’, proprio di lunedì, giorno in cui un tempo la categoria si riposava.

Ma anche volendo, be’, mi pare che con oggi il tempo del riposo sia davvero finito. Non son neanche le nove del mattino, infatti, quando il marciapiede, là fuori, inizia a farsi affollato. Lemme lemme un uomo raggiunge l’ingresso e butta lì un Buongiorno. Dopo di lui un altro, poi un altro ancora. C’è chi arriva in bici e chi invece in auto, per lasciarla in doppia fila e aggiungersi in fretta e furia alla coda, che un attimo dopo l’altro si fa sempre più lunga.

Se non fosse che van tutti a due all’ora, parrebbe un assedio e a quanto pare non son l’unica ad essere di questa idea, perché un attimo dopo arriva un signore che tutto tranquillo risale la fila fino in cima, bussa al vetro e lascia andare un energico All’attacco!!
Il barbiere da dentro alza il braccio e lo saluta.
“A domani”, fa l’uomo.
“T’ho messo alle nove. Che va bene?”.
“Avoglia! Allora via, buona giornata”.

Prima di proseguire per la sua strada, però, da uno sguardo alla fila. La saracinesca si è appena alzata ma là fuori ci son già sei o sette persone. Per non parlare di chi si è avvicinato, ma un attimo dopo ha desistito, intimidito forse dalla lunga attesa. L’uomo è ancora lì, che guarda gli altri dall’ingresso, con l’espressione di chi fatica a credere a ciò che vedono i suoi occhi, in un misto di felicità e stupore.

Quando si dice di ripartire, oh, da queste parti si fa sul serio. Penso sia ciò che gli sta frullando in testa. E detto tra noi è lo stesso pensiero che frulla nella mia, mentre guardo divertita quella fila di teste bianche e arruffate che non aspettano altro d’esser rimesse a posto. Ma in realtà, forse perché sono donna e quando si parla di parrucchieri, oh, sembra che si facciano le corse solo noi, mi torna in mente la frase d’un film – e che film! – che sebbene in quel contesto intendesse tutt’altro, be’, da un po’ ha preso a rimbalzarmi in testa senza volersene più andare, come se in fondo non se ne stesse niente male neanche qui, affacciata con me alla finestra, e allora giù, via: La donna, la donna, la donna… o l’omo!

***

Se ami le storie con gli uomini al centro, cosa aspetti?
Clicca qui e leggi “Capirsi”.

il Venerdì _ 52

Prima di adesso non mi ero mai accorta di quanto fosse faticoso il lunedì. Invece, ultimamente vivo questo giorno con un certo terrore, ché dopo settimane di quasi inattività può accadere che si perda l’attitudine alle ripartenze, anche a quelle di un banale lunedì.

A dire il vero, però, io ce la metto sempre tutta per partire col piede giusto: un caffè tendente all’infinito, buona musica lungo il viaggio e pensieri felici, ma ahimè, ogni volta c’è chi butta all’aria i miei piani. Al punto che, spinta dalla deriva complottista di questo periodo, temo d’esserlo diventata un po’ anch’io, complottista, quando mi ritrovo a pensare che certa gente – in genere la più bizzarra in circolazione – si diverta a darsi appuntamento da noi, tutta insieme appassionatamente, proprio di lunedì, per far sì che le nostre settimane inizino ogni volta con una salita. E mica una a caso, eh, ma una di quelle belle impegnative, che segano le gambe e il fiato sin dai primi passi e ti fan dire, ma chi diavolo me l’ha fatto fare?!

Dalla paziente che si lamenta a gran voce indignata per il fatto che un’emergenza dal dentista abbia un costo (…40€), ai genitori separati che non si possono vedere e a noi tocca far da mediatori per le cure della figlia, passando per quelli che vivono gli appuntamenti come se fossero gite in famiglia e si buttano in studio tutti insieme, alla faccia degli altri presenti e del distanziamento sociale. E infine, come non citare lui, il complottista vero, che ti guarda di sotto in su con l’aria di chi ha capito tutto della vita e dice: tutta ‘sta faccenda è solo un’invenzione, lo sai?

Ah, be’, l’unica cosa certa è che da queste parti la noia non si sa bene cosa sia, anche se, è sempre più evidente che per lavorare in un posto come questo, altro che segretaria, devi saper essere un po’ tutto: avvocato divorzista, psicologa, vigile urbano, virologa… Come se di questi tempi la vita non fosse già abbastanza complicata di suo, con i continui cambi di rotta, le direttive che ti fanno organizzare il lavoro dalla A alla Z e un attimo dopo, via tutto, per ripartire, si, ma stavolta dalla Z alla A.

Oh, in questo giorni il Paese ha fatto solo qualche timido tentativo di ritorno alla normalità, ma da quel che ho visto e sentito, ho come l’impressione che avremmo già bisogno di una nuova sosta. Qualcosa capace di darci respiro, però, e non nuovo stress. Qualcosa come la signora Alma, ad esempio, che sebbene fosse lunedì, è venuta in studio senza polemiche né problemi. Ha risolto la sua urgenza e poi, prima di salutare tutti e andar via, ha detto sorridente e svagata alla Robi: Senta… Che me la fa una cortesia? Che la posso prendere una buttatina di quella pianta lì. Come la mi garba, guardi, l’ha unn’ha idea!
Avoglia! ha risposto la Robi. Uno zac e via, contenta come una Pasqua.

Per puro caso, adesso quella pianta se ne sta nel mio salotto e vien giù verde e vivace dalla libreria. Ogni volta che la vedo penso a quella donna, felice e leggera, che con un sorriso ed una semplice frase m’ha fatto pensare che forse là fuori non son tutti pronti a buttare sul prossimo le fatiche e le frustrazioni di questo periodo, che per quanto in alcuni casi possa esserci andato piano, diciamocelo, i coglioni li ha fatti girare un po’ a tutti. Ma forse là fuori c’è davvero ancora un briciolo di speranza.

E così, d’un tratto la vita sembra essere tornata la cosa meravigliosa che era un tempo, soprattutto adesso che la settimana volge al termine ed io la saluto dal mio salotto, con un po’ di rosso in corpo e Ray Charles nelle orecchie.

Chiacchiere tra amiche

È un martedì di quarantena, l’ennesimo, e anche se le cose in questi giorni sembrano star tornando pian piano alla normalità, la gente non si riconosce più.

E quando dico così, non mi riferisco ai cambiamenti che tutta ‘sta storia ha provocato alle nostre interiorità, al nostro modo di pensare, di agire, di dormire… No. Questo non c’entra, per lo meno non oggi che di gente in giro non se ne vede poi molta dato che il cielo è pieno di nuvoloni grigi e minacciosi, pronti a sganciare pioggia sulla città in tre… due… uno.

Nonostante questo, però, c’è chi se ne sta in strada comunque e con una bella risata rompe il silenzio che ahimè, ormai suona così strano.

È una donna. “Sie…!! – grida sorpresa – E ‘un t’avevo miha riconosciuto!”.
“Oh io?! – fa un’altra indicando la mascherina – Co’sta roba su i’viso. Tu m’ha dì te come si fa a riconoscisi!”.
E giù a ridere insieme.

Mentre dal cielo scende una pioggierellina di quelle leggere che potrebbe continuare a scendere beata per ore ed ore, le due sembrano proprio due gocce di quella pioggia lì. Serene e imperturbabili, a parlare di figli, lavoro, salute… Passano di palo in frasca, proprio come solo le donne – soprattutto se amiche – san fare, e a suon di parole, oh, in una manciata di minuti recuperano giorni e settimane.

Mi preparo il pranzo sbirciandole dalla finestra, mentre le vedo lì, nel loro metro di distanza, e penso: le mascherine gli avranno pur impedito di riconoscersi, ma di sicuro non hanno tolto loro fiato. Da parte, infatti, sembrano averne davvero un bel po’ e in fondo, be’, niente di meglio che utilizzarlo in una bella chiacchierata tra amiche. Soprattutto se son settimane e mesi che non ti vedi.

Poi, come spesso succede, le parole prendono ad uscire più lentamente. Si fan più rade e si somigliano un po’ tutte, fino a quando, d’un tratto non si esauriscono. E così, proprio come era iniziata, la chiacchierata tra le due finisce. Una gran risata, un Ci si vede! e via, ognuna per la sua strada, a scivolare come piccoli raggi di sole nella pioggia.

***

Se anche tu hai delle amiche che non vedi l’ora di rivedere, condividi con loro questa Storia alla finestra!

Stasera pizza!

È un mercoledì di quarantena, l’ennesimo, anche se oggi, curiosi di vedere il mondo là fuori, io e Francesco ci siamo lanciati nelle larghe trame della Fase 2 e siamo usciti a far due passi.

Giusto due, eh, ma vista l’immobilità delle ultime settimane, son comunque bastati per ridurci in brandelli. Al punto che per tirarci su, abbiam pensato servisse qualcosa di speciale: una pizza, ad esempio. E non una di quelle fatte da noi, improvvisandoci con acqua e farina insieme al resto del Paese. Ma una pizza vera, che sarebbe giunta fino in casa fumante e succulenta dentro un cartone da asporto.

Da qualche giorno la pizzeria sotto casa ha pure riaperto i battenti. Questo è un chiarissimo invito a nozze, ci siam detti. Così, un attimo più tardi ci ritroviamo sotto all’insegna luminosa che ne indica l’ingresso, ma un cartello rallenta inaspettatamente la nostra corsa. Si entra uno alla volta, dice.

Allora Francesco si affaccia cauto, poi, un po’ alla volta entra. Io invece resto fuori, ché uno, penso, vale per tutti, anche per noi che siamo insieme. Ma evidentemente penso male, perché sebbene sia lì ferma sulla porta, quasi a bloccare l’ingresso, una signora in là con l’età mi dribla da dietro e si lancia dentro. Né uno sguardo né un mi scusi… o che so, un permesso… men che mai un buonasera.

Io resto un attimo interdetta. Chissà, penso, forse è colpa mia, ché i contorni di ‘sta Fase 2 ancora non li ho ben chiari, ma a quanto vedo mi sembra che ognuno possa fare un po’ quel che diavolo gli pare. Ignorare gli altri, ad esempio, o saltare la fila… E infatti, manco a dirlo, un attimo dopo un ragazzo me ne da conferma, ché anche lui, senza dire pe, apre la porta e via, dentro.

Muah… Mi dico, ripensando a quando le nostre vite si svolgevano sui balconi, quando l’altro ci sembrava così vicino e ad unirci bastava un po’ d’acqua e farina. Quando le ricette le urlavi al vicino dalla finestra o perché no, al telefono, come quel signore di qualche settimana fa.

Oh – ha detto entusiasta a chissà chi – ho fatto l’impasto per la pizza e la schiacciata… Ma te ci metti il latte? … Si, il latte! … Ah, no?! … E i buchi? … Come che buchi? Quelli pe’ falla lievita’! … Eh! Li fa’ prima o dopo? …
E così via, per dieci minuti buoni, a parlare di prosciutto, pecorino e tanta altra roba buona da metterci su. Quelli sì che erano bei tempi!

Adesso che siam tornati liberi, invece, la gente non si dice più niente, e sebbene ci si muova a meno d’un metro l’uno dall’altro, be’, non ci si sente più veramente vicini a nessuno.

Quando la signora esce di là dentro con la sua pizza ed una birra mi guarda dritta negli occhi. Par quasi le dia noia, lì sul marciapiede. Ma io resto immobile, bella e buona dietro la mia mascherina. Che saran mai due passi in più, signora mia. Suvvia!

La segue a ruota Francesco. Basta uno sguardo per intenderci. Mentre gli sorrido, la signora è già a qualche metro da noi, intenta a filar via col suo bottino tra le braccia. La seguiamo con lo sguardo finché non gira l’angolo, poi d’un tratto svanisce. Puff!

Gnamo, va, che si fredda la pizza!

***

Se questa storia ti è piaciuta, leggi Per un tozzo di pane.
Scoprirai come sono nate le mie Storie alla finestra.


Capirsi

Sono le 8.30 di un sabato di quarantena, l’ennesimo, ed io starei ancora dormendo se la tipa del piano di sotto non avesse iniziato a cantare.

Felicità… felicitààààà…!! grida sotto di noi a squarciagola.
Così sobbalzo nel buio della mia camera, immaginando lei che impugna la scopa a mo’ di microfono e scaccia la polvere. Quanta grinta, penso, quanto entusiasmo per l’ora che è.

Io invece resto sotto coperta, ad ascoltare al buio la città che un po’ alla volta si risveglia: i colombi che tubano sui balconi, il 20 che si ferma sotto casa, una tapparella che si alza e ad un tratto, loro.

_Oh! – fa uno.
_Eh? – risponde l’altro.
_Ma che situazione…?
_Bah!
_Muah…

Poi, nient’altro.
Solo silenzio.

E in fondo bene così, ché nella vita, si sa, l’importante non è certo riempirsi la bocca di chissà quali parole, ma capirsi. Una roba che ai più può sembrare un’impresa, ma certo non a loro, ché a quanto pare son dei veri fuoriclasse e per capirsi, altro che parole, un paio di mugugni buttati fuori dalla finestra e rizzati!