il Venerdì _ 50

Nella vita non si sa mai quel che ci tocca. Ci son settimane che filano via con una facilità da non credere e poi, be’, ce ne sono altre, tipo questa, che è iniziata con una sonora pedata nel culo, SBAM, giunta improvvisa a scuotermi dal torpore della quarantena. E in un attimo, ben tornata alla realtà.

Be’, ben tornata si fa per dire. Se c’era una cosa, infatti, che temevo sin dall’inizio era proprio questa: il tornare alla realtà scoprendo che da tutto ‘sto casino non abbiamo imparato un bel niente, ritrovando ahimè ognuno solo più uguale al se stesso di prima.

Niente occhi nuovi o nuovi cuori… Per quel che ho visto in questi giorni, infatti, i buoni son solo diventati più buoni, così come gli altruisti, gli ottimisti e i gentili. Il che non sarebbe poi male, se non fosse che lo stesso vale anche per i furbi, gli arroganti, per quelli che avrebbero di sicuro saputo far meglio ma al solito, oh, han fatto fare tutto a te per poi puntare il dito. Già… vale anche per loro, per quei tipi polemici, che polemici erano e polemici rimangono, solo che adesso – dopo esser stati repressi per giorni e giorni – han raggiunto un livello superiore, diventando così dei veri Super Saiyan della polemica.

Io non so come, ma ogni volta che ho a che fare con persone così il mio cervello se ne esce con un Bona, ci sì! e da forfait.
Il che, detto tra noi, non è proprio il massimo visto che mi occupo di pagamenti. Per fortuna, però, in studio l’hanno capito che questo rischio, noi della segreteria, non lo possiamo proprio correre, allora, per proteggerci – non solo da simili minacce, visti i tempi che corrono – da qualche giorno ci han messe tutte sotto vetro. O meglio… sotto plexiglass, e adesso passiamo le giornate in una dimensione altra, che per quanto sia diversa dall’isolamento della quarantena, ci permette comunque di osservare ed ascoltare il mondo a debita distanza.

A dire il vero, là dentro, qualcosa dall’esterno arriva eccome. Il telefono, ad esempio, ma fino ad ora ha portato solo cose buone.

Mi viene in mente la signora Anna, che l’altro giorno ha chiamato per spostare il suo appuntamento.
“Icchė le dico, signorina? – ha esordito – e c’ho 83 anni, son du’mesi so’ chiusa in casa. Per fortuna che ‘i pizzicagnolo l’ho proprio davanti… figurassi, l’è lui a chiamammi la mattina per chiedere d’icché ho bisogno”.

E senza darmi modo di poter intervenire, ha preso a raccontarmi le sue giornate, passate un po’ come tutti tra cucina e salotto, solo che lei di anni ne ha 83, ha ribadito, per poi sorridere imbarazzata: “Du’mesi sola in casa, mammini… e’mi so’ ritrovata anche a parlare con la televisione, guardi!”.

Così ho sorriso anch’io, ché di questi tempi i motivi per sorridere non son mai abbastanza. “E che sarà mai!”, le ho detto.
“Mah… – ha ripreso – se lo dice lei che l’è giovane, la mi tira su. Eppure oh, finché Dio mi tiene su questa Terra, che le devo dire? Io ci sto, e se questo vol dire ritrovammi a parlare con la televisione, vorrà dire che parlerò con la televisione”.

Non fa una piega, mi son detta mentre l’ascoltavo tirare in ballo Dio ed i piani che aveva in serbo per lei. Giorni di solitudine, magari qualche attimo di tristezza o smarrimento, ma anche gratitudine, si, verso il pizzicagnolo che l’aiuta ogni giorno e anche verso di me, che son stata ad ascoltarla parlare e ridere di gusto. Che spasso di donna!

E così, mentre ridevo insieme a lei, d’un tratto mi son sentita felice e al sicuro, tanto da spazzar via i malumori di poco prima e rendermi conto che non per tutti l’esser rimasti uguale a se stessi è un male. Prendiamo la vita, ad esempio, capace ancora di regalare dopo ogni pedata nel culo un buon motivo per risollevarsi.

Per questo, alla faccia di chi vorrebbe spegnere cervelli ed entusiasmo, le ringrazio entrambe, la vita e la signora Anna, per esser venute in mio soccorso a ricordarmi che là fuori – al di là delle nostre case o di questo strano acquario nel quale mi trovo adesso – ci sono ancora un sacco di cose belle. Cose capaci di far sorridere, sognare, di darci ossigeno quando ne abbiam più bisogno e per le quali vale senz’altro la pena di resistere. Sempre.

Lisandro Rota

Copenaghen, 12 marzo

A tratti ho come l’impressione che in questa città ci siano più bici che esseri umani, ché in giro, oh, mi par di non vedere altro. Sono ovunque: buttate a terra dal vento, legate a qualche palo o in strada, dove sin dalle prime ore del mattino, van qua e là come uno sciame d’api.

Più li guardo pedalare, più penso che ‘sti danesi, oh, devono avere due gambe così ed io, lo ammetto, un po’ li invidio. Anche se in questi giorni, be’, le gambe l’ho messe in moto anch’io, macinando passi per le strade di questa città, che sebbene si mostri sempre piuttosto distesa non dorme mica mai.

Da fuori, i locali e i negozi sembrano chiusi, ma affacciandosi si scoprono donne e uomini all’opera: impiegati, artigiani, professionisti, commessi. Lo stesso accade nei caffè, dove c’è chi parla, certo, ma anche chi se ne sta in silenzio al pc o al tablet, mentre intanto butta giù caffe, tè e brioches piene di burro che vanno in frantumi al primo morso. Crash!

Stamani, tra briciole e tazzine, mi ci son buttata anch’io, ché il cielo, fuori, non prometteva niente di buono. E così, libro alla mano e via, anch’io una di loro.

Ammetto che farlo è stato un piacere, ché quassù, oh, la gente si rivolge a me in danese. Il che, ovviamente, equivale a non capirsi, ma per lo meno ho trovato un posto dove non mi scambiano più per una francese.

È che qui la gente è avanti, c’è poco da fare. Lo si vede dalle piccole cose, tipo che nessuno alza mai la voce o che l’acqua, nei caffè, è a disposizione di tutti gratuitamente; ognuno può prendere un bicchiere e servirsi. E se poi ti scappa la pipì quando sei già in giro, be’, non c’è da preoccuparsi, ché i bagni pubblici, qua, sono un po’ ovunque e udite udite, la gente li lascia puliti senza bisogno che qualche cartello ricordi loro che quello che hanno in mano non è un idrante, ad esempio, o che nel wc va gettata solo la carta igienica. Roba che a pensarci, oh, in Italia sembra fantascienza, mentre qui è semplicemente come vanno le cose tutti i giorni.

In effetti, a me, questi non sembrano affatto alieni. Li trovo anzi piuttosto umani: gentili, sorridono. Sarà questione di fiducia. Ché se c’è una cosa che ho notato è che quassù, di fiducia, ne hanno da vendere, soprattutto nel futuro, con tutte le carrozzine e i passeggini, che si vedono in giro. Son così tanti, che tra quelli e le bici potrei davvero passare la giornata a contare ruote.

Ma ahimè, temo che il tempo a mia disposizione non sia abbastanza. Quel poco che mi resta lo butto in una bella fetta di torta, che anche se non sarà in grado di far leva sulla mia fiducia, son certa accrescerà il buonumore, assieme alle cosce. E allora, be’, mi vien da pensare che sebbene di passi da compiere ne abbia ancora tanti, tutto sommato son sulla buona strada, ché per andare in bici servono anche quelle. No?

Copenaghen, 11 marzo

Tenere gli occhi aperti, stamani, è stata una vera impresa, ché in cielo splendeva un sole bellissimo.

La città s’è svegliata di buonumore ed io, be’, non ho potuto che fare lo stesso. Così, un po’ alla cieca, mi son data in pasto alle sue vie, che saranno anche silenziose, ma sanno il fatto loro e a tirarti a sé, oh, ci mettono un attimo. Per lo meno con me, che senza accorgermene, in un baleno mi son ritrovata a Christianshavn, dove isole verdi spuntano fuori dalle fredde acque del Baltico.

Le facciate delle case, là, son ricoperte di mattoni, altre di legno, ed hanno grandi vetrate attraverso cui chiunque può entrar dentro. Persino io, che son l’ultima arrivata, mi ritrovo ad osservare una ragazza che lava i piatti. Vedo i suoi quadri, il suo divano. Vedo anche la signora al piano di sopra che annaffia le piante. Ma a loro, la cosa, non sembra dar fastidio. Anzi, sorridono, per poi tornare a darsi da fare.

Sarà che oggi c’è il sole, ma da queste parti mi sembran tutti così sereni, rilassati. Lo son soprattutto a Christiania, la cosiddetta Città Libera, dove dagli anni settanta a farla da padrona son la condivisione e la creatività. Be’, assieme all’erba, il cui odore si diffonde, intenso, sin dalle prime ore del mattino.

Del resto, a Copenaghen, la natura si trova un po’ da per tutto. Per le vie tortuose di Christiania, così come nel cielo ampio che si fonde col mare o tra gli alberi, i cui rami si allungano fino a bussare alle porte delle case.

È un legame strettissimo, quello con la natura, che finisce persino nel piatto, dove i prodotti son quelli del territorio, saporiti e colorati, ed è un tripudio di erbe spontanee. Oh, i danesi riescono davvero a metterle ovunque, tanto che da ieri non faccio altro che chiedermi, non è che a forza di buttarle giù, va a finire che divento un po’ un’erba spontanea anch’io?

Copenaghen, 10 marzo

Vorrei sapere cos’è che mi ha fatto alzare alle tre, stanotte, per mettermi in auto e raggiungere Bologna.

C’era un tale buio, un tale silenzio, ché a quell’ora della notte, si sa, la gente se ne sta a letto, mica alla guida come me. Che poi, dico io, fosse finita lì. Invece no, ché a quanto pare il rosso di Bologna non mi bastava e così mi son spinta fin quassù, dove il cielo è tinto di bianco ma di colori, intorno, se ne vedono a perdita d’occhio. Blu, rosso, verde… finirci dentro è un attimo, ché oggi, oh, il vento non si da tregua e ti sbatte da una parte all’altra, da un colore all’altro. E così, anche senza volere, un istante sei blu, quello dopo rosso, poi d’improvviso verde.

L’acqua invece è uno specchio quieto, ma anche lei, zitta zitta, non smette mai di muoversi. È così tanta, che ovunque vada me la ritrovo tra i piedi. E come se quella non bastasse, a un tratto ne vien giù un po’ anche dal cielo. Ma qualche minuto più tardi ha già smesso, ché c’è da far spazio al sole.

Allora, sai cosa, io mi tolgo il cappello, mentre intanto penso che son qui solo da poche ore ma una cosa l’ho già capita ed è che questa città è decisamente donna: golosa di dolci, vibrante di colori e dall’umore ballerino.

Ora si che capisco cos’è che m’ha buttato giù dal letto stanotte.

Cabo Verde, 11 febbraio

A volte mi chiedo da quanto tempo è che siamo in viaggio, io e lui, ché da quando abbiam messo gli zaini in spalla son passati appena dieci giorni, ma a me, oh, pare un’eternità.

In effetti, insieme abbiam visto e assaporato così tanti luoghi; incrociato così tanti sguardi, che questi dieci giorni si son dilatati, diventando molti di più.

Ma la fine, ahimè, è arrivata anche a questo giro e così, oggi abbiamo detto ciao a Capo Verde, con un ultimo bagno in questo mare stupendo, tinto di un azzurro talmente azzurro, che finché non ci sei dentro, oh, non ci puoi mica credere che al mondo esiste un mare così. Un po’ come il sole, che da queste parti è una grande palla che dispensa baci in ogni dove. Stamani ci ha stretto a sé e ne ha dato qualcuno anche a noi, ché mica poteva davvero farci tornare a casa più bianchi di prima.

Di colori, comunque, queste isole ci han riempito non solo il corpo, ma anche l’anima. Ovunque, infatti, ne abbiam visti di così brillanti e diversi, da perderne davvero il conto, mentre intanto nell’aria soffiavano vento e musica.
Una musica che sa di saudade e allegria, di donne fiere e uomini operosi. Ma soprattutto di bambini, ché corrono liberi, per le strade o in riva al mare, diffondendo qua e là risate di cuore, a perdifiato, su cui vorrei che il sole non scendesse mai.

Per noi due, be’, desidero un po’ la stessa cosa, che i nostri sguardi possano continuare a perdersi insieme chissà dove, in silenzio o immersi nel caos, ché se una cosa della vita l’ho capita, è che niente è più prezioso di un buon compagno di viaggio.

Santa Maria _ Ilha de Sal, 10 febbraio

La domenica, a Santa Maria, a far da sveglia ci sono tamburi e djambe. Sarà che si avvicina il carnevale, che da queste parti sembra coinvolgere davvero tutti e allora, be’, mi par giusto iniziare a suonare sin da oggi, ché davanti a una festa simile, non ci si può mica far trovare impreparati.

Così, mentre la musica avvolge il centro di questa piccola cittadina sul mare, la gente cammina lungo Rua 1 de Junho, sotto un sole che oggi sembra incerto sul da farsi. Se uscir fuori o starsene ancora un po’ dietro alle nuvole, proprio come i ragazzi che ieri han fatto le ore piccole e di cui ancora, in giro, non vi è alcuna traccia.

I bambini, invece, son già per strada. Alcuni si trovano davanti alla Chiesa, che giocano e parlano ad alta voce, insieme a distinte signore in là con l’età. Mentre i caffè son pieni di gente che è pronta ad iniziare una nuova giornata. Ma con calma, eh, ché da queste parti non si corre mai. Non vedo perché lo si dovrebbe far proprio di domenica.

A rallentare, però, non son proprio tutti. Sul porticciolo, infatti, le barche continuano a scaricare pesce, mentre uomini e donne si danno da fare per pulirlo, stiparlo in grandi ceste e poi via, in testa, ché le persone tra poco si metteranno a tavola e a guardarmi introno, oh, di persone ne vedo un bel po’. Tante che mi chiedo, chissà quanto dovranno ancora lavorare per sfamarci tutti?

Già, perché tra quei tutti, oggi, ci siamo anche noi e dato che il tempo a nostra disposizione è ormai agli sgoccioli, ci buttiamo alla cieca su qualcosa di nuovo e ordiniamo cracas e percebes.
Che appena le vedo arrivare, penso, come diavolo farò a mangiare ‘sta riba? Che a vederla, oh, non ti vien mica subito in mente che si possa mangiare. Invece, con qualche istruzione e pinze alla mano, nonostante i pezzi sparati qua e là, siam capaci di ripulire il piatto anche ‘sta volta. Ché anche se è da un po’ che siam lontani da casa, mi sa che siam rimasti gli stessi di sempre.

Da lì a buttare all’aria i nostri piani è un attimo, ché dopo un pranzo così, chi ha voglia di mettersi in macchina? Così ci lanciamo verso Ponta de Sinò, alla ricerca del faro. Non sarà come fare il giro dell’isola, certo, ma del resto è domenica anche per noi. No?

Man mano che ci spingiamo ad Ovest, la spiaggia si fa sempre più deserta. Così vasta che potremmo tirar dritto all’infinito. Intorno, di persone non ce ne sono quasi più e l’unico rumore che si sente è quello delle onde che s’infrangono a riva, assieme a quello immancabile del vento. E mentre il sole inizia la sua discesa, noi siam due puntini insignificanti sulla sabbia. Stesi l’uno accanto all’altro, in silenzio, a guardare chissà dove e a pensare, ma quanto sarà bella la domenica?

Ponta de Leme Velho _ Ilha de Sal, 9 febbraio

Ieri sera, in giro, ho visto dei volti di donna bellissimi, sorridere a chi passava e anche alla vita, ché nell’aria c’era un sacco di bella musica e allegria. E loro a ballare, con in testa treccine ben tirate o foulard colorati.

Le donne su quest’isola sono affascinanti. Le guardi e ti chiedi, chissà quali pensieri ci saranno dietro a quegl’occhi scuri, mentre i bambini giocano col mare, si rotolano nella sabbia e gli uomini rientrano dalla pesca.

Più li osservo, più mi arriva forte il loro senso di comunità. Non li vedi mai da soli, anzi, son lì che parlano, si aiutano. I bambini, poi, sembrano essere tutti di tutti. Ed è una cosa davvero bella, che noi, ahimè, abbiamo quasi del tutto perso. Mentre invece, be’, non ci farebbe affatto male fare un passo indietro. Magari riusciremmo di nuovo a fidarci l’uno dell’altro e chi lo sa, forse anche a sorridere come loro, bocca spalancata e cuor leggero.

In fondo, se ci penso, con questo sole e un mare così, come si fa a non sorridere? L’acqua è talmente chiara che potresti star tutto il giorno a mollo. A goderti il fresco dell’Oceano e quei colori, che a casa, oh, non te li ritrovi mica quei colori lì. E allora pensi, che relax, che pace.

Già, solo che noi non siamo mica venuti fin qua solo per questo. Ché ok il relax e la pace, ma se questa la chiamano l’isola di sale, be’, vorremmo anche capire il perché. Così ci buttiamo ad est, verso Ponta do Leme Velho e poi a nord, per raggiungere le saline di Santa Maria.

Camminiamo tra ciottoli neri su cui s’infrangono le onde del mare, terra rossa e morbide dune di sabbia bianca. E più andiamo avanti più mi meraviglio, ché il paesaggio, da queste parti, cambia di continuo. E lo fa così rapidamente che non riusciamo a stargli dietro. Un po’ come alle indicazioni: ciottoli, paletti, lamiere. Dovrebbero star lì, a guidarci, ma noi, oh, non ne vediamo nemmeno l’ombra.

Dopo un’ora buona, però, riusciamo comunque ad arrivare. Così, finalmente, maciniamo passi anche sulla crosta di sale, che scricchiola arida sotto i nostri piedi. E poco importa se per farlo abbiam dovuto tagliare tra le dune, seguendo quad e gruppi a cavallo. La nostra, non sarà stata la strada più corta, certo, ma alla fine, be’, è comunque riuscita a portarci dove volevamo.

Santa Maria _ Ilha de Sal, 8 febbraio

Ieri il mare sbatteva impetuoso sulla Praia da Chave. Le onde si accavallavano in ogni dove, per poi distendersi sinuose sulla sabbia. Le vedevi che si facevano vicine, quasi a volerti portar via con loro, e un attimo dopo, oh, non le trovavi più, ché s’eran già ritirate.

Siamo stati a guardarle in silenzio per un po’. Impossibile non farlo, ché la natura quando è così forte e selvaggia è davvero affascinante. Al suo cospetto ti senti piccolo, ma così piccolo… che hai voglia ad avere le spalle larghe!

A dire il vero, comunque, selvaggia lo sono un po’ anch’io, ché da queste parti il vento gioca con tutto, figuriamoci se si dimentica di farlo con me e così, adesso, i miei capelli sono un casino totale. Ma in fondo, be’, i casini a me piacciono e allora via, avanti, ché dopo l’isola di sabbia, vuoi non vedere quella di sale?

Per raggiungerla impieghiamo più o meno il tempo che occorre per andare da Incisa a Figline nell’ora di punta. Un quarto d’ora e sbam, eccoci arrivati a Sal, uno sputo di terra in mezzo all’oceano.

Le sue dimensioni, comunque, seppur ridotte non le impedisconodi accogliere capoverdiani in vacanza e visitatori stranieri.

Già, perché il turismo non manca neanche qua, ma per fortuna, a Sal, ha una connotazione più internazionale, così, almeno in parte, possiamo continuare a confonderci. E allora, be’, ci diamo in pasto alla notte di Santa Maria, ché oggi è anche venerdì e un po’ di movida, ci sta bene, ancor più quando la musica che esce dai locali è quella di Bob Marley e James Brown. Se poi becchi pure una jam session, tra musiche capoverdiane che rallegrano l’atmosfera e signore in là con l’età che ricambiano cantando Frank Sinatra, be’, restare indifferenti è davvero difficile, ché se intorno sculettano tutti, dico io, non ci tireremo mica indietro noi?

Sal Rei _ Ilha de Boa Vista, 7 febbraio

Stanotte son stati gli asini che ragliavano a tenermi sveglia, mentre al mattino, a dar la sveglia a tutti ci hanno pensano i picconi, che qua a Sal Rei, oh, entrano in azione quando è appena l’alba.

Del resto, questa è una città in divenire. Un cantiere aperto messo su in gran parte da stranieri per stranieri. Un vero peccato, no? Ché i luoghi, per restare autentici, dovrebbero rimanere di chi li conosce e non finire in mani altrui, pronte a riempirli di grandi strutture, dove la gente si culla nell’illusione di star vivendo chissà quale esperienza esotica per poi tuffarsi in colazioni continentali.

Son cose tristi, via, quasi quanto l’enorme numero di italiani che si trovano su quest’isola. Li riconosci da lontano, splendidi splendenti, che si salutano, si baciano, par d’esser sui navigli. Uè, figa, non te la fai una puntatina a Boa Vista nel fine. Li senti, poi, che fanno a gara a chi vien qui da più anni. Uno è dal ’98. Ed io penso, dal ’98… ma dove diavolo son finiti quelli che parlano creolo? Ché si stava così bene quando non ci si capiva una mazza.

Be’, per fortuna qualcuno del posto è rimasto anche qua. Basta infatti spostarsi su Avenida dos Pescadores, per ritrovarsi tra piccole barche e grandi ceste di pesce fresco, e in un attimo siam di nuovo altrove, immersi nei colori sgargianti delle piccole case d’intorno.

Al porticciolo ci son bambini che si tuffano in acqua per aiutare i grandi, dediti a tirar su reti, a pulire tonni, cernie. E una volta finito, be’, ecco che arrivano le donne. Carico in testa e via. Chissà dove, con tutto quel ben di dio.

Vederli all’opera, pialletto alla mano intenti a sistemare una barca, o a costruire chissà quale oggetto con il corallo, è affascinante. Non capire niente di quel che si dicono, poi, è una sensazione impagabile, di libertà e gratitudine. Ché finalmente si torna a confonderci con ciò che ci sta intorno.

Per confondersi sul serio, però, non c’è niente di meglio che buttarsi sulla Praia de Estoril, una lunga distesa di sabbia che si tuffa in un mare cristallino. E così, decidiamo di far lo stesso anche noi e di tuffarci, ché chissà quando ci ricapita un mare così.

Il vento soffia ed è davvero un piacere. Il sole, infatti, non ha smesso di splendere un attimo ed io son qui a chiedermi, come farò a non diventare un’aragosta? Ché da queste parti, va via come il pane, ma anche no. Il mio bel casino mi consiglia di fare come con la fiorentina: un po’ di minuti da una parte, un po’ dall’altra e via, pronta. Sarà che stiamo mangiando solo pesce, ma ho come la sensazione che la carne gli stia un po’ mancando, ché stanotte, mi ha detto, si è sognato una bella grigliata di carne. E allora oggi cachupa! Ché a pensarci, ci son tanti modi per confondersi con ciò che ci sta intorno e questo, be’, non mi sembra affatto male.

Rabil _ Ilha de Boa Vista, 6 febbraio

Con un po’ di nostalgia, oggi abbiam salutato l’isola di Santiago, la più africana di Capo Verde, che a quanto ci riguarda può tranquillamente giocarsi anche il primato per la più dinamica, dato che alle sei e mezza di stamani erano già tutti in strada a camminare, ad allenarsi. E noi lì, a chiederci, ma la gente, qui, non si ferma mai?

A modo nostro, comunque, non ci fermiamo neanche noi e infatti oggi raggiungiamo Boa Vista, l’isola di sabbia. Se la chiamano così, dev’esserci per forza un perché e in effetti non è difficile capire quale sia, dato che in neanche mezz’ora di volo veniamo catapultati in un’altra dimensione, fatta di dune bianche e sconfinate distese di sabbia.

All’aeroporto incontriamo Klaim. Be’, a dirla tutta, il nostro, più che un incontro, all’inizio, è un vero e proprio scontro. Non facciamo in tempo a metter piede sull’isola, infatti, che siam subito oggetto di una contesa tra autisti, che si gridano contro e strattonano zaini. E noi lì, zitti, a guardare, ché lo capisco, due tipi così non vi capitano certo tutti i giorni, ma anche meno va bene lo stesso, eh.

Alla fine, comunque, ad avere la meglio è Klaim, e per fortuna, dico io, ché dopo un po’ che se ne sta serio alla guida del suo aluguer, apre bocca e lì capiamo d’aver a che fare con un tipo davvero in gamba. Disponibile, alla mano e con un buon sorriso stampato sul viso. Non gli manca proprio niente, parla persino italiano. Così, ne approfittiamo per toglierci delle curiosità. Il significato della parola Baixa, ad esempio, che qua la trovi un po’ da per tutto. O l’estensione di questa isola, che ci dice essere la terza dell’arcipelago per dimensioni, ma decisamente diversa delle altre. In effetti, be’, ovunque ci si giri non si vede altro che polvere.

Prima di raggiungere Sal Rei, chiediamo a Klaim di fare una piccola deviazione a Rabil, un tempo capitale di Boa Vista. E lui, be’, non si tira certo indietro, è anzi ben contento di portarci nella città in cui vive con sua moglie e cinque figli, che son poi la cosa che più lo rende felice in questa vita. E chissene, se i soldi son pochi e il lavoro, da queste parti, c’è e non c’è. A lui basta tornare a casa la sera, sentirsi chiamare papà ed ecco che passa la paura. Mica come voi, dice, che non fate altro che pensare al lavoro, a fare soldi… Io, voi, proprio non vi capisco. E ride.

Così, tra una chiacchiera e l’altra arriviamo a Rabil, che altro non è che una lunga strada di case che si susseguono una dietro l’altra nel bel mezzo del niente. Le irte montagne di Santiago e i verdi palmeti, ormai, non sono che un ricordo, ché qua il sole picchia forte e a spingersi verso l’alto ci provano solo i pali della luce, quando ci sono.

Camminando, scopriamo però che anche qui ci son tanti colori, che s’impongono sul bianco d’intorno. Spuntano vivaci sulle facciate delle case e sui vestiti che indossano i pochi che si vedono in giro, ché sotto questo sole, oh, fa caldo a tutti, mica solo a noi.

I bambini sono a scuola. Nel silenzio che domina, le loro parole si sentono in ogni dove, un po’ come gli sguardi, che anche se non li vedi, son dietro a porte e finestre che ti osservano. Gli uomini, invece, sono a lavoro. C’è chi tira su case e chi costruisce un tavolo, più in là qualcuno ripara scarpe, altri invece lavorano la ceramica. Insomma, si adoperano un po’ tutti ed è un piacere guardarli, ché qua, per far e cose, si usano ancora le mani. Un modo non da poco per restare autentici, in contatto con le cose e con se stessi, mica come da noi, che senza le macchine, oh, sembra non si riesca più a fare nulla.

E così, le mani oggi le usiamo anche noi, per salutare Klaim e ringraziarlo. Ché un benvenuto così, e chi se l’aspettava!