Stasera pizza!

È un mercoledì di quarantena, l’ennesimo, anche se oggi, curiosi di vedere il mondo là fuori, io e Francesco ci siamo lanciati nelle larghe trame della Fase 2 e siamo usciti a far due passi.

Giusto due, eh, ma vista l’immobilità delle ultime settimane, son comunque bastati per ridurci in brandelli. Al punto che per tirarci su, abbiam pensato servisse qualcosa di speciale: una pizza, ad esempio. E non una di quelle fatte da noi, improvvisandoci con acqua e farina insieme al resto del Paese. Ma una pizza vera, che sarebbe giunta fino in casa fumante e succulenta dentro un cartone da asporto.

Da qualche giorno la pizzeria sotto casa ha pure riaperto i battenti. Questo è un chiarissimo invito a nozze, ci siam detti. Così, un attimo più tardi ci ritroviamo sotto all’insegna luminosa che ne indica l’ingresso, ma un cartello rallenta inaspettatamente la nostra corsa. Si entra uno alla volta, dice.

Allora Francesco si affaccia cauto, poi, un po’ alla volta entra. Io invece resto fuori, ché uno, penso, vale per tutti, anche per noi che siamo insieme. Ma evidentemente penso male, perché sebbene sia lì ferma sulla porta, quasi a bloccare l’ingresso, una signora in là con l’età mi dribla da dietro e si lancia dentro. Né uno sguardo né un mi scusi… o che so, un permesso… men che mai un buonasera.

Io resto un attimo interdetta. Chissà, penso, forse è colpa mia, ché i contorni di ‘sta Fase 2 ancora non li ho ben chiari, ma a quanto vedo mi sembra che ognuno possa fare un po’ quel che diavolo gli pare. Ignorare gli altri, ad esempio, o saltare la fila… E infatti, manco a dirlo, un attimo dopo un ragazzo me ne da conferma, ché anche lui, senza dire pe, apre la porta e via, dentro.

Muah… Mi dico, ripensando a quando le nostre vite si svolgevano sui balconi, quando l’altro ci sembrava così vicino e ad unirci bastava un po’ d’acqua e farina. Quando le ricette le urlavi al vicino dalla finestra o perché no, al telefono, come quel signore di qualche settimana fa.

Oh – ha detto entusiasta a chissà chi – ho fatto l’impasto per la pizza e la schiacciata… Ma te ci metti il latte? … Si, il latte! … Ah, no?! … E i buchi? … Come che buchi? Quelli pe’ falla lievita’! … Eh! Li fa’ prima o dopo? …
E così via, per dieci minuti buoni, a parlare di prosciutto, pecorino e tanta altra roba buona da metterci su. Quelli sì che erano bei tempi!

Adesso che siam tornati liberi, invece, la gente non si dice più niente, e sebbene ci si muova a meno d’un metro l’uno dall’altro, be’, non ci si sente più veramente vicini a nessuno.

Quando la signora esce di là dentro con la sua pizza ed una birra mi guarda dritta negli occhi. Par quasi le dia noia, lì sul marciapiede. Ma io resto immobile, bella e buona dietro la mia mascherina. Che saran mai due passi in più, signora mia. Suvvia!

La segue a ruota Francesco. Basta uno sguardo per intenderci. Mentre gli sorrido, la signora è già a qualche metro da noi, intenta a filar via col suo bottino tra le braccia. La seguiamo con lo sguardo finché non gira l’angolo, poi d’un tratto svanisce. Puff!

Gnamo, va, che si fredda la pizza!

***

Se questa storia ti è piaciuta, leggi Per un tozzo di pane.
Scoprirai come sono nate le mie Storie alla finestra.


Capirsi

Sono le 8.30 di un sabato di quarantena, l’ennesimo, ed io starei ancora dormendo se la tipa del piano di sotto non avesse iniziato a cantare.

Felicità… felicitààààà…!! grida sotto di noi a squarciagola.
Così sobbalzo nel buio della mia camera, immaginando lei che impugna la scopa a mo’ di microfono e scaccia la polvere. Quanta grinta, penso, quanto entusiasmo per l’ora che è.

Io invece resto sotto coperta, ad ascoltare al buio la città che un po’ alla volta si risveglia: i colombi che tubano sui balconi, il 20 che si ferma sotto casa, una tapparella che si alza e ad un tratto, loro.

_Oh! – fa uno.
_Eh? – risponde l’altro.
_Ma che situazione…?
_Bah!
_Muah…

Poi, nient’altro.
Solo silenzio.

E in fondo bene così, ché nella vita, si sa, l’importante non è certo riempirsi la bocca di chissà quali parole, ma capirsi. Una roba che ai più può sembrare un’impresa, ma certo non a loro, ché a quanto pare son dei veri fuoriclasse e per capirsi, altro che parole, un paio di mugugni buttati fuori dalla finestra e rizzati!

Fase 2

È un lunedì mattina di quarantena, l’ennesimo, anche se va detto che negli ultimi giorni le cose sono un po’ cambiate. Dal Primo Maggio infatti si è dato il via alle passeggiate e così, complice il sole di questi giorni, nel fine settimana la gente si è riversata per le strade.

Il momento che i più stavano aspettando, però, non era tanto il primo di maggio ma questo lunedì 4: un giorno che tutti ricorderemo come l’inizio della cosiddetta Fase 2. Un qualcosa che ancora non ho ben inquadrato, ma che a giudicare dalle auto in doppia fila di stamani, be’, ho il sospetto che molti abbian preso per un bel Bomba Libera Tutti. Speriamoabbene, eh!

Le premesse, però, va detto, non son poi così tragiche. Sebbene siano le 9 passate, infatti, di gente in giro non se ne vede poi tanta. Per lo meno a piedi. Le auto, invece, non fanno altro che passare, passare, passare… e così, dico addio al silenzio irreale che nei due mesi appena trascorsi mi ha fatto compagnia. È bastata una notte perché svanisse e ahimè, credo per sempre.

Mentre aspetto che il caffè sia pronto, cerco di abituarmi alla novità, ascoltando ad occhi ancora abbottonati la città che torna alla vita: bandoni che si alzano, motorini che sfrecciano, qualcuno che si saluta dopo giorni o settimane…

Un brusio a cui si fa presto ad abituarsi. Ma ad un tratto, un rumore sovrasta gli altri. È uno sportello che si chiude. Sbam!
Anzi due. Sbam! Sbam!

Dalla finestra vedo due furgoncini, che se ne stanno in mezzo alla strada uno dietro l’altro, e due uomini che si guardano intorno. Prima a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Non è chiaro chi o cosa stiano cercando, fino a quando uno dei due non apre bocca: Dev’essere questo, fa, indicando uno dei cassonetti blu per la raccolta di vetro e plastica.

Così, senza pensarci un attimo, l’altro si avventa su quel coso tentando di rimetterlo a posto a suon di spallate. Il cassonetto è così pieno che non si schioda d’un millimetro, ma lui non demorde. Poi però, l’altro si avvicina e lo prende per un braccio. Aspetta, no – fa – la segnalazione era al numero 5*.

E così, si spostano entrambi dall’altra parte della strada, proprio davanti a quel numero civico. Dev’essere uno di questi, dicono. E così riparte la ricerca.

Potrei stare a guardarli per ore, ma li lascio fare, ché la moka ha preso a borbottare. Il mio pensiero, però, resta là fuori, con loro e con i tanti sceriffi di quartiere, che adesso che le persone han riacquistato un po’ di libertà, oh, mi sa che non se la cavano mica poi tanto bene. E così, nell’impossibilità di segnalare gli esseri umani, si buttano su altro. Oggi, ad esempio, è toccato a un cassonetto.
Domani, chissà…

La bocca della verità

È una domenica di quarantena, l’ennesima, anche se, va detto, le cose non son più come una volta.

Da un paio di giorni, infatti, le maglie della rete che per quasi due mesi ci ha costretti in casa si sono un po’ allargate. Adesso, ad esempio, son permesse pure le passeggiate – oh, anche per chi non ha figli o cani… incredibile – e così, oggi, la gente si è riversata in strada. Be’, vorrei vedere, con questo bel sole!

Io, a dire il vero, son rimasta a casa, tra le mie quattro mura con Francesco, ma questo non mi ha certo tagliato fuori dal risveglio della città. È bastata una manciata di ore, infatti, perché le strade tornassero a riempirsi di sorrisi, brusii… Roba a cui non ero più abituata – per lo meno non in questa quantità – ma che ammetto, per quanto abbia ascoltato da quassù con un po’ di diffidenza, è riuscita a trasmettermi una profonda voglia di vivere. La stessa che ho io, eh, sebbene abbia passato la mia domenica sul divano.

E poco importa se il ritorno alla normalità prevede anche l’inevitabile riversarsi in strada di auto e moto. Oh, in qualche modo son vita pure quelle. Un po’ come le voci, che di tanto in tanto, staccano il brusio di fondo e si scagliano nitide e convinte verso l’alto, riuscendo ad entrare persino in casa.

Una, in particolare, mi ha raggiunta in camera che erano quasi le 18, squillante e tendente allo sfinimento, come solo quella di un bambino può essere a quest’ora di domenica: Babboooo… Si va a casa??!!

Un grido di ribellione, che ha la meglio su tutto e tutti, anche su di me, che appena lo sento inizio a ridere da sola sul letto, mentre penso, ecco il mio eroe, alla faccia di chi diceva che erano i bambini ad aver bisogno dell’aria aperta!

Nuove tendenze

Sono le 8 di un martedì di quarantena, l’ennesimo, quando mi affaccio alla finestra e scopro che il cielo oggi si è tinto d’un colore decisamente diverso dall’azzurro che nei giorni scorsi aveva saputo darci un assaggio di primavera.

È vero, siamo chiusi in casa e in fondo chissene del tempo che fa, ma sapere che là fuori la primavera sta comunque facendo il suo corso – con o senza di noi – è una cosa che riesce incredibilmente a tirarmi su.

Oggi però non c’è traccia di primavera. Fuori è tutto grigio e regna il solito silenzio, quello in cui ormai son così immersa che appena qualcuno parla un po’ più forte, oh, mi par d’aver a che fare con un martello pneumatico. Uno di quelli che un tempo trapanavano convinti l’asfalto ed i timpani, costringendoti ad accelerare il passo o a cambiare lato della strada.

Adesso che in giro non ci siamo più neanche noi, figuriamoci se ci sono i martelli pneumatici… Ma se solo guardiamo fuori ci si accorge che le strade son tutt’altro che vuote. A farla da padrona però non son più le auto, gli scooter, i bus… Ma i piccioni, che tra un volo e l’altro tra alberi e balconi, non disdegnano di tanto in tanto una passeggiata sull’asfalto. Adesso, poi, che possono farlo quasi del tutto indisturbati…

A vederli zampettare sereni come delle Pasque, viene da chiedersi come vivranno il momento in cui torneremo a riappropriarci delle strade e li scacceremo da lì. Ci sarà da preoccuparsi, belli miei, mica come adesso, che al massimo v’imbattete nei runner.

Anche loro in questi giorni ne han guadagnato in sicurezza e infatti, dopo essersi liberati dal traffico d’un tempo e dagli sceriffi di quartiere, han ripreso a correre e stavolta in mezzo alla strada, come se nulla fosse.

Il momento che preferiscono per farlo è il mattino, quando i più ancora dormono. E così, a certe ore del giorno in giro non ci sono altro che loro: runner e piccioni, che tirano dritti verso chissà dove, senza guardare in faccia niente e nessuno.

Ma nella vita, si sa, talvolta può capitare che le linee rette che siamo intenti a tirare vengano interrotte. Proprio come in questa mattina uggiosa, in cui ad un tratto, mentre un runner e un paio di piccioni vagano indisturbati per la via, ecco che spunta un anziano e così, all’aria tutti piani!

Ultimamente, infatti, da queste parti le persone d’una certa età han preso a camminare in modo bizzarro: cambiano di continuo marciapiede, adoperandosi in uno zig zag che per far dieci metri in linea d’aria – roba che ad un essere normale richiederebbe si e no una manciata di secondi – oh, a loro ci vogliono cinque minuti buoni. E se poi ci son pure runner e piccioni a bloccare il passaggio, be’, i minuti posson diventare anche sei. Ma loro non si scompongono, anzi, pare che più ci mettono meglio è, ché la giornata in qualche modo deve pur passare.

Allora resto lì, ad osservare questa curiosa invasione di campo, che giunge inaspettata a rallentare il passo del runner e pure dei piccioni. Il giovane prende a saltare sul posto, ma giusto un attimo, eh, che l’incrocio di sguardi non dura più d’un secondo. L’anziano, infatti, senza fermarsi snoda le braccia da dietro la schiena, alza una mano per ringraziare e si butta in avanti a testa bassa.

I piccioni, spaventati, volano via; il runner si ferma, si piega in avanti e riprende fiato. L’unico che sembra non essersi accorto di niente è proprio lui, l’anziano, che anche se inizia a cadere qualche goccia di pioggia, chissene. Una sistemata al cappello, le mani che tornano ad annodarsi dietro la schiena ed eccolo di nuovo a ballare l’Alligalli. Tre passi a destra, tre a sinistra. Uno indietro a prendere la rincorsa e via, avanti, verso l’infinito ed oltre.

Del resto, anni e anni di balera saran pur serviti a qualcosa, no?

Il ritmo della domenica

È una domenica mattina di quarantena, l’ennesima, quando una voce rompe il silenzio assolato che regna là fuori. Grida convinte, che sebbene bussino intermittenti ai vetri delle finestre, riescono comunque a scuotermi dal torpore in cui mi trovo da un paio d’ore, come ipnotizzata davanti al monitor del mio pc.

Tanto vale alzarsi e sgranchirsi un po’, penso. Così mi affaccio alla finestra e sento che quell’andirivieni di parole vien proprio da sotto di me, roba che potrei fare una capriola e ritrovarmi anch’io ad urlare a squarciagola insieme a quella donna le più belle hit italiane degli anni 80.

Èèè… l’amico èèè… Grida a squarciagola. E mentre canta si sposta da una stanza all’altra, regalando a tutto il vicinato un effetto da far invidia alle famose canzoni in 8D che nelle scorse settimane han preso a girare in rete.

Mentre lei salta da un pezzo all’altro, io torno indietro nel tempo, a quando La notte vola si ballava di notte, con i lustrini addosso ed un gin tonic in mano, mica come adesso, che lo si fa in pigiama durante le ormai quotidiane pulizie di casa.

Certo che i tempi son proprio cambiati… e adesso che splende questo bel sole e in giro non si vede anima viva, quelle notti sembrano ancora più lontane, quasi come se non le avessi mai vissute e come se i ricordi che mi pizzicano la mente appartenessero a qualcun’altro.

Allora me ne sto un po’ lì, poggiata alla finestra con la mente chissà dove, quando d’un tratto quella voce di donna vien surclassata da qualcosa di ancora più convinto.
È il ritmo caraibico sparato a tutto volume dalla terrazza dei miei vicini, quelli del Sudamerica, capace in un attimo di mettere a tacere i ricordi e riempire l’aria d’intorno con un’energia frizzante che da a tutti il buongiorno.

Si riscuote dal torpore persino il signore che abita nel palazzo davanti, il quale fino ad ora era rimasto disteso sul suo balcone come una lucertola al sole, cappello di paglia in testa e indosso un sobrissimo costume a slip – alla faccia delle cabine di plexiglass dell’estate 2020-, mentre adesso ha anche lui lo sguardo rivolto ai Caraibi.

Del resto di questi tempi il bisogno di ritrovarsi altrove è tale che a quel ritmo non solo permettiamo volentieri di entrarci in testa, ma anche nel corpo. Così, un po’ alla volta, le finestre intorno si aprono e le persone si scoprono incapaci di star ferme, ognuna come può a muovere il bacino.
Lo muovo pure io, ormai ai Caraibi insieme a loro, lontana da Coverciano e da questi palazzi, che si son fatti spiaggia dorata.

Il sole sbatte in faccia un po’ a tutti, tranne a noi che siamo esposti a Nord, ma la brezza del mare… Be’, quella arriva fin qui, e mentre sballettiamo all’ombra dell’enorme ombrellone che è il tetto sulle nostre teste, un desiderio sorge spontaneo: un mojito, please.

La mascherina

È un giovedì pomeriggio di quarantena, l’ennesimo, quando metto finalmente piede fuori casa.
Non capita spesso negli ultimi tempi – una/due volte a settimana – ed il motivo è sempre lo stesso, scritto a chiare lettere sull’autocertificazione: LAVORO.

Nel silenzio delle 13.30 il sole mi sbatte in faccia caldo e per niente intimidito, ben diverso da quando ormai 38 giorni fa tutta ‘sta storia ha avuto inizio.

È un attimo ed il cancello si chiude alle mie spalle, sbam, impaziente di sputarmi fuori, ma io resto immobile dietro la mia mascherina, a chiedermi: dove diavolo l’avrò messa la macchina?

Son passati diversi giorni, infatti, da quando l’ho usata l’ultima volta ed ora sono qui che mi guardo intorno e mi sforzo con tutta me stessa per richiamare all’ordine i ricordi.

Immagini si susseguono nella mia mente l’una dietro l’altra – il bar, la scuola, la Coop…-, quando le voci di due uomini attirano la mia attenzione. Se ne stanno poco più in là, uno sul balcone e l’altro in strada – anche lui mascherato come me -, che ridono e scherzano. Allora, sarà che son le uniche due anime vive nel deserto che è la città in questi giorni – soprattutto all’ora di pranzo – ma mi viene spontaneo spingermi verso di loro.

Sul balcone sventola un bel tricolore e c’è anche una signora in là con l’età che un po’ alla volta ha raggiunto la ringhiera; ora la stringe tra le mani e si abbandona quieta su di essa a faccia all’insù ed occhi chiusi, lasciandosi accarezzare dal sole.

Quando passo di lì sotto, i due uomini si voltano verso di me e mi salutano gentili, così ricambio con piacere: un cenno della testa e una bella strizzata di occhi, ché s’abbia a vedere che sono una buona vicina e dietro alla mascherina gli sto sorridendo.

Questo breve incontro mi da la giusta motivazione per saltare in auto e partire, pronta a fare al meglio il mio dovere. Quando però mi ritrovo sotto a quel balcone – stavolta in auto – mi accorgo che qualcosa è cambiato. Le voci infatti si son fatte grosse e anche piuttosto serie. Allora rallento un po’, abbasso la musica e butto giù il finestrino.

“Ora scendo e tu vedi!”, grida il tipo dalla terrazza. Un po’ stupita mi volto verso l’interlocutore, che però scopro non essere più quello di prima, ma un ragazzo che avrà si e no 25 anni e che, solo in mezzo all’incrocio e sprovvisto di mascherina, gli risponde per niente intimorito: “Oh vieni! – grida – Vieni giù a dillo!”.

La mascherina. Dev’essere quella la questione che il tipo del balcone non riesce proprio a mandar giù e così ribadisce: “Tu fai anche i’grosso?! Ma braaavo… Braaavo…” e mena le mani in aria, come a voler dire che se solo ce l’avesse a portata gliele avrebbe già messe addosso. Be’, per fortuna vige il distanziamento sociale.

Anche se le botte se le danno solo a parole, la gente inizia comunque ad affacciarsi alle finestre. Si affaccia persino Francesco, ché sebbene si trovi a qualche centinaio di metri da lì, quelle grida son così convinte da buttarlo giù dal divano.

Mentre l’attenzione di tutti è ormai rivolta a quei due, la signora di fianco sembra però non essersi accorta di nulla. Se ne sta al sole, faccia all’insù e occhi chiusi, esattamente come poco prima, con la stessa espressione impassibile e beata, come a dire, fate quel che vi pare, prendetevi pure a mazzate, basta che non rompete le scatole a me.

Vederla da quaggiù è uno spettacolo, tanto che sebbene la scena abbia del grottesco non riesco davvero a non ridere, ma appena lo faccio, d’istinto afferro la mascherina che avevo appena posato sul seggiolino di fianco e me la metto di nuovo.

La cosa non ha alcun senso, lo so – sono in auto e pure da sola – ma sebbene quelli che stiamo vivendo siano tempi eccezionali, be’, la regola resta sempre la stessa: meglio ave’ paura che buscanne. Qua sotto, poi…

Gita fuori porta

Sono appena le 9 di un lunedì mattina di quarantena, l’ennesimo, quando decidiamo che sebbene la giornata scorrerà esattamente come tutte le altre (cucina-bagno, bagno-divano, divano-cuc… etc etc), è comunque giunta l’ora di alzarsi e tuffarsi in un buon caffè.

Fuori la città ancora se la dorme, avvolta in un silenzio che chissà come sembra più silenzioso del solito. Sarà mica che ce l’abbiam fatta? Mi chiedo. Sarà mica che in fondo siamo migliori di quel che sembra e così abbiamo afferrato il messaggio che anche se oggi è Pasquetta, oh, tocca stare a casa e la scampagnata la faremo tra la camera da letto ed il balcone?

Mentre son già pronta a gridare al miracolo, una voce nella mia testa mi richiama all’ordine. Ohhh! – grida – non sarà troppo presto per cantar vittoria? Così torno con i piedi per terra e butto giù il mio caffè, mentre dalla finestra entra una bell’aria fresca.

In strada non si vede nessuno, a parte una signora che cammina tranquilla tranquilla sul marciapiede sotto casa, mascherina a coprirle mezza faccia e via.

È l’unico essere umano in circolazione, fino a quando dal palazzo in cui abito non esce una signora – leggermente più giovane – con i suoi due mini cani al seguito.

Mentre attraversa il vialetto che separa il portone d’ingresso dal cancello che da sulla strada, i guinzagli le si attorcigliano in ogni dove, ma questo non sembra rappresentare in alcun modo un problema. Nonostante il tira tira, infatti, lei va dritta per la sua strada, fino all’interruttore. Si piega leggermente, uno Zzzzz elettrico risuona nell’aria ed il cancello si apre.
È fatta.

Quando mette piede fuori, però, si accorge dell’altra signora – quella tranquilla e solitaria di poco fa – che un passo alla volta si è spinta fin quasi all’altezza del cancello.

Da daaaaaan. Tempismo perfetto.

È un attimo e senza alcun preavviso da Coverciano mi ritrovo nel Far West, tra sguardi che s’incrociano a distanza e silenzi che minano ad innervosire la rivale. In realtà, la prima signora – quella che camminava in solitaria – non sembra poi tanto nervosa, ma resta comunque immobile, e così entrambe prendono ad osservare le mosse dell’altra, per poi poter calcolare le proprie.

Frazioni di secondo che sembrano interminabili, in cui i cani ne approfittano per agitarsi un po’. Finalmente infatti sono fuori e la natura li chiama, ma la padrona adesso ha tutt’altro per la testa e così li tira a sé, nervosa. Allora l’altra signora dice: “Vada pure, vada” e le fa spazio. Ma la padrona risponde con un: “Vada lei…” e mentre indietreggia leggermente, fa un ceno un po’ stizzito con la mano.

La signora allora china leggermente la testa per ringraziare e procede lungo il marciapiede, stando ben attenta ad allargare un po’ la traiettoria per schivare il terzetto che le sta di fianco. E così, un passo alla volta si allontana, tranquilla e silenziosa, esattamente come poco prima.

Il cancello del cortile si chiude. È un tonfo che scuote il silenzio che regna intorno. Tutto risolto, pare. Ma a quel tonfo seguono a ruota dalle parole, che guarda un po’ son della signora con i cani, la quale d’un tratto si volta verso l’altra ed abbaia qualcosa del tipo: “Dico io, ma le pare il caso di camminare qui?”. Indica il marciapiede, indignata, non sapendo forse che quello non è affatto di sua proprietà e se proprio la si vuol dire tutta, cara la mia signora, se c’era qualcuno che avrebbe dovuto tirarsi indietro quella era lei; e senza far storie, eh, ché la signora se ne stava tranquilla e beata in cammino ben prima di voi. Ma evidentemente fermarsi a riflettere prima di sputar fuori parole a caso non è da tutti e infatti lei continua: “Avrebbe potuto camminare più in là, non le pare?” e indica l’altro marciapiede, forse la strada.

Ma si, chissene! La prossima volta meglio se se ne va in mezzo alla strada, sembra voler dire, e mentre lo dice io son lì che osservo il suo delirio pensando che ahimè, mi sbagliavo. Non siamo affatto migliori di come sembra; per lo meno non tutti. Ma un cosa è certa: la vita è davvero meravigliosa… da quassù.

Per un tozzo di pane

Sono quasi le 13 di un sabato di quarantena, l’ennesimo, quando il silenzio che ormai regna in ogni dove viene rotto da delle grida, che da fuori un po’ alla volta si spingono fin dentro casa.

Saranno i sudamericani, pensiamo. Così ci affacciamo alla finestra. Ma stavolta i vicini non c’entrano. Dal loro balcone, infatti, vien solo della musica e il fatto che sia sparata a tutto volume, be’, a ‘sto giro non è poi così male visto che stanno ascoltando i Guns.

Le grida di poco prima, però, continuano a spingersi fin quassù, più forti e convinte che mai, così guardiamo in strada, dove un uomo si agita furioso. Una busta vuota in una mano e il cellulare nell’altra. “Manco un tozzo di pane”, dice a chissà chi. E poi chiama a rapporto un po’ tutti i santi del paradiso – come se da lassù potessero in qualche modo aiutarlo col suo tozzo di pane… “Mezz’ora in fila – continua indicando la bottega poco più in là – per poi scoprire che hanno finito il pane. Oh, manco un tozzo! Ma guarda se uno per un po’ di pane dev’essere costretto a farsi più di un’ora di coda alla Coop”.

È nervoso, accidenti se lo è. E noi lo guardiamo dall’alto, ma a quanto pare non siamo gli unici, visto che anche i sudamericani si son portati sul terrazzo e guardano giù, mentre Axl Rose continua a cantare Sweet Child O’Mine come se nulla fosse.

È una pioggia di madonne anche se in cielo splende un gran sole e per quanto nella vita sia facile dar la colpa gli altri, la cosa più ovvia da dire, caro mio, è che avoglia a sbraitare, ma in una piccola bottega di quartiere come quella in cui sei entrato, come diavolo pensi di trovare del pane a quell’ora lì il sabato prima della domenica di Pasqua? Suvvia, sveglia!!

Ma il tempo dei flash mob e delle urla dalle finestre è finito, così mi tengo tutto per me. Tanto a dar spettacolo ci pensa lui, che ormai è incontenibile. “Sai icchè ci vole in questa città? – riprende sdegnato – ci vole l’Isis… e poi si fa un bel parcheggio, sai. Manco un tozzo di pane!”.

E noi siamo lì, senza saper se ridere o piangere, certi solo d’una cosa: sarà una Pasqua meravigliosa; e questo è solo l’inizio.

***

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Buoni propositi

Cinque giorni, sei ore e 37 minuti.
Sono ben cinque giorni, sei ore e 37 minuti che Eloisa non butta giù un goccio d’alcol.
Mentre se ne sta distesa sul letto, i secondi continuano a scorrere e tra qualche secondo saranno cinque giorni, sei ore e 38 minuti. Poi passeranno altri secondi, i minuti aumenteranno e lo stesso accadrà alle ore e ai giorni. Sempre che Eloisa tenga fede al suo proposito.

Sonia smetterà di darla sempre vinta a sua figlia. È questo che si è ripromessa di fare, che mica vuole una figlia viziata, lei. Allora martedì sera,all’aperitivo, se n’è venuta fuori con questa storia:
– Ragazze da domani la voglio smettere. Sì, la voglio smettere di darla sempre vinta a quella peste di mia figlia – e mentre lo diceva agitava in aria il bicchiere, lasciando cadere qua e là gocce di spritz.
– Che storia è questa? – le ha chiesto Marina.
– Ma quale storia e storia? – l’ha interrotta Sonia – Questo è un proposito serio, ne va del futuro di mia figlia e io, beh, voglio tener fede a questo proposito –
– Se è per questo anch’io ne ho uno – ha detto allora Marina.
– Di cosa? –
– Di proposito. Bisogna sempre averne uno, no? E il mio è di non interrompere più Paolo quando parla e di non dirgli di stare zitto quando se ne viene fuori con le sue stronzate sul calcio –
– Ma questi non sono due?- ha chiesto Eloisa.
– In effetti… Che dite,dovrei sceglierne uno? –
Dopo il secondo mojito la scelta di Marina era ricaduta sul secondo, il più difficile tra i due, perché lei il calcio non lo sopporta proprio. Lo considera,anzi, una sciagura, che peggio in vita sua non le poteva capitare. Se mai il suo matrimonio dovesse finire, Marina non ha alcun dubbio,sarà colpa di un fallo in aria non concesso e dell’ennesimo“Arbitro cornuto!”.Riuscire a stare zitta davanti agli sproloqui di Paolo sarà un’impresa, ma lei ci vuole comunque provare. Per amore si fa questo ed altro.
Eloisa invece l’amore l’ha dimenticato da un bel po’. Forse è per questo che prima di martedì non aveva alcun proposito. La storia con Sandro è finita da quasi un anno, e nel peggiore dei modi. Lui con un’altra, lei a pezzi. Una catastrofe. Per rimetterli insieme, quei pezzi, le ci erano voluti dei mesi. A suo modo era stato un proposito anche quello, rimettersi insieme. Uno di quei propositi che neanche te ne accorgi, barcolli, fai un passo avanti e due indietro, ma alla fine li porti a termine e ti ritrovi intera.

– E te Isa? – le ha chiesto Marina – Te che proposito hai? –
Eloisa era rimasta in silenzio. Un tempo le era saltato in mente di andare all’anagrafe e cambiare nome, ché a lei quel nome lì, Eloisa, pareva un po’ altisonante. Nessuno l’aveva mai chiamata così a parte sua mamma e forse se aveva sempre la testa tra le nuvole era anche a causa di quel nome. Isa le sembrava decisamente migliore. Essenziale, fresco, proprio come il gin tonic che stava buttando giù quando la domanda di Marina le aveva riportato alla mente quel periodo. Un sorso e un altro ancora, per poi ricordarsi che a fermarla, allora, era stato il dispiacere, quello che avrebbe arrecato a sua mamma quando le avrebbe detto che si era sbarazzata del nome che lei amava tanto. E così, addio proposito.
Da allora non se ne era posti altri e, anche martedì,aveva fatto scena muta.
– Quindi? – aveva chiesto Sonia.
– Quindi niente –
Era finita lì, avevano cambiato discorso. Ma Eloisa quel pensiero se l’era portato a casa e per l’intera notte non s’era data pace. Com’era possibile che lei, a trentaquattro anni, non avesse un proposito a cui mantener fede?Cristo santo! Come diavolo era possibile?

L’indomani si era alzata con gli occhi gonfi di sonno. Anche la pancia non scherzava, gonfia pure quella, sebbene ultimamente non mangiasse un granché. Beveva,quello sì. Del resto il lavoro la stava consumando e a fine giornata non c’era niente di meglio che dei buoni amici e un buon gin tonic. Solo che poi i gin tonic diventavano due, tre… E ora, quei gin tonic erano tutti lì, sulla sua pancia. Vi poggiò sopra le mani, davanti allo specchio, proprio come fanno le donne quando aspettano un bambino, che si guardano e ridono. Prima un lato, poi l’altro, poi ridono di nuovo. Mentre Eloisa, nella sua pancia, non ci trovava proprio niente da ridere.
Così, mentre si guardava allo specchio, le passò in mente che anche lei aveva il sacrosanto diritto d’avere un proposito. Niente a che vedere con un marito o dei figli. Al diavolo il marito e i figli! Eloisa voleva un proposito tutto suo, di quelli buoni, buoni sul serio, a cui tener fede solo per se stessa, che se c’era qualcuno per cui valeva davvero la pena darsi da fare, quella era senz’altro lei. Allora s’era detta: “Niente più alcol, bella mia”. Si era guardata allo specchio, prima un lato, poi l’altro, e aveva accennato un sorriso. “Niente più alcol”. E così era stato, negli ultimi cinque giorni, sei ore e 37 minuti.

Sono le dieci di sera quando il portone di casa sbatte. Eloisa se ne sta sul letto,sonnecchia. Un’altra giornata d’inferno a lavoro. Dopo la doccia s’è buttata sulle coperte ed è rimasta lì fino a quando il portone non ha sbattuto, costringendola ad aprire gli occhi. Alla TV c’è Russell Crowe, che più passano gli anni più si fa bello. Eloisa lo guarda in silenzio. Ha sete, ma mica d’acqua. Le ci vorrebbe un gin tonic. Solo che lei ha un proposito e ce l’ha da cinque giorni, sei ore e ormai 43 minuti. Non può venir meno al suo impegno, non adesso, non lo farebbe neppure se Russell Crowe le piombasse in camera in carne ed ossa con un bel gin tonic. O forse sì?
Smette di pensarci quando il telefono prende a squillare. È Nino. Lei non risponde. Sa già cosa vuole dirle: usciamo? Infatti un attimo dopo glielo scrive in un messaggio.<Usciamo?C’è anche Marina>.
Eloisa si alza dal letto, srotola l’asciugamano intorno alla testa e lascia che i capelli le cadano sulle spalle. Sono ancora umidi, freschi, come un sorso di gin tonic, quando prima di farselo scendere in gola se lo tiene un po’sulle labbra. No, non è il caso di uscire. Non stasera. Prende il telefono e avverte Nino.<Magari domani, oggi faccio passo>.

Intanto nel corridoio si sentono dei rumori. Porte che si aprono, scatoloni che cambiano di posto. Dev’essere una di quelle sere in cui Marisa, la padrona di casa, non riesce a dormire e si mette a fare ordine. Quella donna non è mica tutta rifinita, ma a Eloisa poco importa: per quanto paga d’affitto avere a che fare con i suoi sbalzi d’umore è un buon compromesso. Si chiude a chiave nei suoi venti metri quadri assieme a un libro e a Russell Crowe, e si rimette a letto. Butta giù qualche riga, mentre Russell, muto, continua a muoversi sullo schermo. Qualche riga ancora e poi di nuovo lui. Quel libro è davvero una noia infernale, tanto che buttar giù righe diventa sempre più difficile. Poi a un tratto suona il campanello. Eloisa sobbalza, mentre sente Marisa affrettarsi per aprire il portone: – È lui, Mauro, è senz’altro lui. È arrivato –
I passi svogliati dell’anziano marito seguono la donna nel corridoio.
– Piano – dice lui –o finirai per svegliare tutti! –
Ma lei niente, apre il portone e si lancia in un grido: – Oh Gin, che bello averti qua! Benarrivato Gin. Com’è andato il viaggio, eh Gin, com’è andato?-

Gin? Cosa diavolo…? Eloisa è incredula. Forse avrebbe fatto meglio a dare ascolto a Nino e a diminuire l’alcol un po’alla volta. – Un bicchiere ogni tanto che male vuoi che faccia? – aveva detto lui. Ma lei s’era intestardita e aveva detto basta tutto d’un botto. Il gin le sarebbe mancato, questo lo sapeva, ma non immaginava certo che un proposito potesse arrivare addirittura a darle le allucinazioni. D’un tratto le voci nel corridoio svaniscono, Eloisa si alza per aprire la finestra. Aria fresca, ecco di cosa ha bisogno, ché la mente quando ci si mette può giocare davvero dei brutti scherzi. Mentre ride di se stessa si lascia accarezzare dall’aria fresca della sera. Tutt’intorno è un gran silenzio, la città riesce anche a fermarsi di tanto in tanto. Non crede alle sue orecchie. Non ci crede neppure quando dalla stanza accanto, la voce della signora Marisa torna a farsi sentire. – Gin caro – dice la donna – sarai stanco,arrivare fin qua dal Giappone. Vieni, ti faccio vedere la tua stanza –
Forse l’aria non è abbastanza fresca. Eloisa scuote la testa per riaversi. Ma poi strizza gli occhi miopi nel buio e vede un ragazzo di spalle davanti ai due anziani. “Gin? Allora esiste davvero!” pensa. Non sa se essere felice o meno,certo però non vede l’ora di raccontare a Nino che dopo cinque giorni, sei ore e 53 minuti senza buttar giù un goccio d’alcol, si ritrova un Gin come vicino di stanza. Davvero un bello scherzo.
Sente dei passi nel corridoio. Corre alla porta, ci sbatte contro e si attacca allo spioncino. Un ragazzo le passa di fronte. Eccolo Gin. Ed ecco Marisa,tutta sorridente, che scivola sulle sue pattine fino a fermarsi proprio davanti alla sua stanza.
– È questa – dice la donna, mentre apre la porta di fronte – mettiti pure comodo, Gin, ci vediamo domani –
Il ragazzo fa un leggero inchino.
– Grazie. A domani – dice lui, in un italiano perfetto che stona con i suoi lineamenti orientali.
– Ah, questo – aggiunge lei prima di dileguarsi – ho pensato potesse farti piacere, visto che… beh… – e porge qualcosa al giovane.
Marisa chiude la porta e nel corridoio torna il silenzio. Gin resta sulla soglia, fermo, con in mano un pacco di riso che osserva interdetto. Marisa stavolta ha davvero superato se stessa. Un pacco di riso! Eloisa non crede ai suoi occhi. Vorrebbe tanto essere con Nino e Marina per riderne insieme. Invece è lì da sola, ma ride comunque, oltre la porta. Ride così forte che Gin alza la testa e in un passo si avvicina allo spioncino. Merda. Eloisa indietreggia. Si porta una mano alla bocca, soffoca il riso. Ma lui resta lì, si aggiusta il colletto della camicia, senza muoversi d’un passo. Allora lei avanza di nuovo, furtiva, e torna ad osservarlo.

Ha i capelli annodati in un codino sopra la testa e dei bei baffi. Occhi scuri che emergono da due fessure sopra gli zigomi e che son lì a guardarla senza vederla.Eloisa ci si perde. Si perde in quel volto sconosciuto, fresco,esattamente come un sorso di gin tonic che scorre in gola. Non ha mai provato un gin giapponese. Adire il vero non ne ha mai nemmeno sentito parlare. Chissà se lo fanno, il gin, in Giappone? Se lo chiede mentre Gin continua a fissarla immobile. Lei fa lo stesso. E più lo osserva, più sente aumentare la sua sete. Se avesse con sé un gin tonic lo butterebbe giù tutto d’un sorso, ma da cinque giorni, sei ore e 57 minuti ha un proposito a cui deve tener fede. Da stasera però ha anche un nuovo vicino e ora che se lo ritrova davanti, beh, non è niente male, tanto che butterebbe giù un sorso anche di lui.
Gin sorride, sembra quasi le abbia letto nel pensiero. Magari anche lui ha voglia di farsi un goccio. Potrebbero farselo insieme. Ma si allontana e raggiunge la sua stanza. Prima di chiudere, però, guarda un’ultima volta verso di lei, oltre lo spioncino, e alza la mano in segno di saluto, per poi svanire dietro la porta.

Eloisa resta immobile, a bocca asciutta. Adesso ha davvero una sete pazzesca. Sono cinque giorni, sette ore e 2 minuti che non butta giù un goccio d’alcol. Le resta comunque l’acqua, certo, ma vuoi mettere con un buon gin tonic a fine giornata. Indietreggia fino a ributtarsi sul letto. Russell Crowe è ancora in TV, muto come prima, ma tanto a uno così mica servono parole. Lo guarda, mentre intanto s’infila gli shorts, poi la canottiera. Lo guarda, sì,ma non lo vede. La sua mente infatti è oltre la porta, da quel Gin giapponese che se ne sta nella stanza di fronte alla sua.
Chissà se è più un Martin Miller o un Plymouth? I suoi occhi scuri danno l’idea di un sapore deciso, speziato. Eloisa prende il cellulare. Nessuna notizia di Nino. Neppure Marina si è fatta sentire. Saranno al pub a raccontarsi le solite storie, a buttar giù sorsi. Maledetti loro, che la sua gola è sempre più secca ed ha così voglia di un gin tonic che teme d’essere sul punto di buttare tutto all’aria. Invece no, stavolta è davvero decisa a tener duro, così d’un tratto si alza dal letto e spegne la TV. Nella dispensa tra le confezioni di pasta si nasconde un pacco di riso; lo prende e si fionda sulla porta. Quella che sta per fare è una cazzata, una cazzata enorme, Eloisa lo sa bene, ma sono cinque giorni, sette ore e 8 minuti che ha una tale sete che…“Al diavolo!”e si fionda nel corridoio.

La stanza di Gin è esattamente di fronte a lei. Eloisa fa un profondo respiro, si da un’aggiustata ai capelli e poi bussa, senza pensarci oltre. La portasi apre lentamente e dalla penombra affiora il volto del ragazzo.
– Ciao – dice lei. Lui resta immobile, la guarda in silenzio. Eloisa rimpiange di non essere andata con gli altri. Ora sì che le ci vorrebbe un gin tonic, con del vero gin e anche bello forte.
– Quello? – chiede lui indicando il pacco di riso.
– Ecco– dice lei – ho pensato potesse farti piacere –
Lo dice facendo il verso alla signora Marisa, ma lui resta serio. Osserva quel riso in silenzio, poi a un tratto torna a guardarla negli occhi. Stavolta però sorride e lo fa in un modo che a Eloisa torna in mente il gin tonic bevuto a Torino qualche mese prima. Di quella sera ricorda tutto, la piazza, il tavolino a cui sedeva, ricorda l’esatto sapore del gin e, mentre ricorda, i secondi continuano a passare, tanto che ormai sono cinque giorni, sette ore e 9 minuti che non butta giù un goccio d’alcol.

Difronte a lei c’è Gin, che non è mica un gin come gli altri, di quelli da bar a cui è abituata. Questo Gin è diverso. Eloisa lo pensa sul serio. Potrebbe infatti avere a che fare con lui senza per questo dire addio al suo proposito. Mica male, che stavolta è intenzionata ad andare fino in fondo.

Così sorride e allunga una mano: – Piacere, Isa –
– Gin –

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